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lunedì 30 novembre 2015

Marocco: Fatima Mernissi "torna a casa"


Marocco: morta Fatima Mernissi 
 

Il Marocco ha perso una delle figure emblematiche del femminismo del regno. La sociologa e scrittrice Fatima Mernissi è morta questa mattina, 30 novembre, all’età di 75 anni.
Docente di sociologia presso l’Università Mohammed V di Rabat, dagli anni ’80 ha scritto diversi libri sul ruolo delle donne nella società, tra cui La terrazza proibita, L’harem e l’Occidente. (agenzie)

Nata nel 1940 a Fez, città del Marocco settentrionale durante il periodo di protettorato francese, Fatima trascorse la sua giovinezza nell’harem di famiglia appartenente alla borghesia cittadina. Completati gli studi in Marocco si trasferì prima in Francia e successivamente negli Stati Uniti dove ottenne un dottorato di ricerca in sociologia alla Brandens University nel 1974, iniziando, come scrisse più tardi, ad interessarsi di confini sacri, di silenti regole inscritte nello spazio e nelle pratiche quotidiane, di visioni del mondo legittimate dai testi sacri dell’Islam, che davano forma a quelle relazioni di genere che prima di diventare l’oggetto delle sue riflessioni facevano parte del suo vissuto.
Il hudud per eccellenza era il portone di casa sorvegliato da Ahmed il portinaio, soglia invalicabile per le donne della sua famiglia, se non con l’autorizzazione del padre o dello zio. Le alte mura dell’abitazione rendevano l’intimità della vita nell’harem invisibile all’esterno e racchiudevano l’onore della famiglia, di cui le donne erano le custodi. Onore che, prima di farsi materia nell’architettura delle case, è vissuto dai loro corpi resi privati dall’uso di un velo: le norme sociali vengono così incorporate e l’ordine sociale è mantenuto anche nello spazio pubblico.


Uscire dall’entrata principale non era però l’unico modo di attraversare i confini.
Salite le scale fino al terzo piano, le donne della famiglia e i bambini – tra cui Fatima -, raggiungevano la terrazza dove si ritrovavano per trascorrere lunghe ore tra narrazioni di storie e racconti, e rappresentazioni teatrali con la regia della cugina Shama. Il repertorio andava da episodi delle Mille e una notte alla messa in scena delle vite di figure religiose come Aisha, moglie del profeta Muhammad, o di femministe arabe come l’egiziana Huda Shaarawi. L’immaginazione e la fantasia diventano uno strumento di resistenza e di elusione di regole e istituzioni, nella cornice spazio-temporale e relazionale della quotidianità, attraverso la rievocazione di mondi altri e di donne.
E lo si fa nella terrazza, in uno spazio confinato ma sconfinante: tra le mura domestiche e il cielo.


Dalle donne immaginate e evocate si passerà alle donne studiate, oggetto delle sue ricerche, a partire da quella di dottorato, condensata nel libro Beyond the Veil: Male-Female Dynamics in the Modern Society. Qui Fatima analizza in una prospettiva di genere, le nozioni di sessualità e famiglia, le relazioni tra uomini e donne e le dinamiche di controllo sociale della sessualità femminile nella società musulmana con particolare riferimento a quella marocchina; muovendo da un approccio critico nei confronti dell’Islam, visto come un ostacolo ad una possibile uguaglianza di genere.

Di ritorno dagli Stati Uniti, Fatima iniziò la sua attività accademica all’università Mohammed V di Rabat e proseguì i suoi studi e le sue ricerche nel solco tracciato.

A questa prima prospettiva farà seguito un suo spostamento e ri-posizionamento all’interno di quello che viene definito femminismo islamico; movimento che iniziò ad affermarsi tra la fine degli anni 80 e gli inizi degli anni 90 del secolo scorso. I testi sacri dell’Islam, riletti e reinterpretati, diventano i principali strumenti attraverso cui le femministe islamiche rivendicano i propri diritti, contrapponendosi ai discorsi egemoni prodotti da esperti in materia religiosa, da élite di potere e da quella parte della società che vede le donne in una posizione di inferiorità. Fatima abbraccerà questa prospettiva e indirizzerà le sue ricerche verso lo studio della letteratura religiosa soffermandosi su figure come Aisha e in particolare sul ruolo politico da lei ricoperto. Sarà proprio la pubblicazione del libro Le harem politique. Le Prophète et les femmes nel 1987 a decretare il suo riconoscimento internazionale come una delle figure di maggior rilievo del femminismo islamico contemporaneo.

Il lavoro di Fatima non è però teso soltanto ad una riappropriazione e riformulazione delle rappresentazioni di sè e delle posizioni rivendicate nella società di appartenenza, ma muove anche da istanze critiche nei confronti dell’immaginario occidentale dell’harem costruito nel corso dei secoli da pittori e scrittori europei che hanno spogliato le donne del loro sapere, della loro parola e della loro capacità di agire rivestendole di orientalismo, come ha analizzato in Shahrazade goes West, or: The European Harem.


Allo studio della letteratura araba e religiosa e alla scrittura si sono affiancate, a partire dalla fine degli anni 1990, altre attività tra cui il progetto Synergie Civique: laboratori di scrittura con relative pubblicazioni collettive, rivolti ai membri di alcune ONG locali. Svolti in collaborazione con accademici, scrittori e artisti, questi incontri miravano ad affinare la scrittura come strumento politico di espressione e comunicazione di un proprio pensiero e messaggio e l’uso dei media e delle nuove tecnologie per dare loro visibilità ed essere diffusi. Questo significa, per Fatima, prendere parte attivamente alla democratizzazione del Paese, processo che non passa soltanto attraverso riforme istituzionali ma anche attraverso «the possibility of not only creating their own messages (to write and refine them), but especially of spreading them through the means of modern technology». (enciclopedia delle donne)

venerdì 24 gennaio 2014

Amina non è morta invano

Il Parlamento di Rabat ha annullato la legge che permetteva ai violentatori di sfuggire al carcere sposando le proprie vittime


Manifestazione di protesta dopo il suicidio di Amina Filali
  Manifestazione di protesta
dopo il suicidio di Amina Filali
Lo stupratore non potrà più evitare la galera sposando la propria vittima. Lo ha deciso il Parlamento marocchino, cancellando un articolo del codice penale che consentiva ai violentatori di minorenni di sottrarsi al carcere dopo averle prese in moglie.

L’emendamento è stato approvato all’unanimità, dopo un’intensa campagna degli attivisti, per garantire maggiore protezione alle ragazze abusate. L’articolo 475, approvato dal governo islamista di Rabat un anno fa, prescriveva la detenzione, da uno a cinque anni, per chiunque avesse “rapito o ingannato” un minore “senza violenza, minaccia o truffa”. Allo stesso tempo, il testo della legge specificava però che in caso di matrimonio tra la vittima e il suo assalitore, quest’ultimo non poteva più essere processato se non da coloro che hanno l’autorità per “annullare il matrimonio”. In questo modo, per le organizzazioni umanitarie, diventava impossibile per le autorità giudiziarie perseguire questi reati.

Gli attivisti hanno accolto positivamente l’abrogazione dell’articolo, sebbene sia solo un piccolo passo per il riconoscimento dell’uguaglianza di genere e di una soddisfacente protezione per le ragazze molestate sessualmente.

Il Parlamento ha così modificato una legge che in passato aveva destato preoccupazione, a causa delle conseguenze prodotte dalla sua applicazione. Proprio il caso della 16enne Amina Filali, suicidatasi dopo essere stata costretta a sposare il suo aggressore, scatenò un’ondata di proteste e di sdegno a livello nazionale.
La ragazza aveva accusato Salek Mustafa, di 25 anni, di aver abusato fisicamente di lei in un bosco, dopo averla minacciata con un coltello. Il giudice incaricato della vicenda convinse le famiglie dei due giovani a parlare con un mediatore. Quest’ultimo invitò i quattro genitori  a raggiungere un accordo: le nozze fra Amina e Salek avrebbero lavato il “disonore” della prima e permesso al secondo di evitare il carcere.

La perdita d’onore della sedicenne fu la ragione che spinse i familiari di Amina ad accettare l’agghiacciante patto. Una donna disonorata, per la tradizione contadina del Paese, non può più accedere al matrimonio e le “nozze riparatrici” sono ritenute spesso la soluzione più efficace per risolvere il problema.
Così è stato per Amina. Ma le violenza fisiche e verbali del marito sono continuate anche col matrimonio secondo quanto riferito dai genitori della ragazza. Non sopportando più la situazione,  Amina aveva deciso di farla finita, ingerendo del veleno per topi.