Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post

martedì 12 aprile 2016

Il dramma delle donne yazide

di Vian Dakhil
 


Ragazze yazide
Ragazze yazide Foto Ari Jalal/Reuters
Vengo dall’Iraq, un Paese con una storia millenaria e un passato glorioso. I nostri bisnonni hanno creato delle ottime leggi che sopravvivono da più di 4mila anni. In questa terra è stato creato il primo alfabeto, questa terra ha insegnato all’Umanità a leggere e a scrivere. Arrivo dal Kurdistan, una terra allegra e variegata dove convivono tutte le etnie del popolo iracheno, senza differenza tra loro. Con grande dispiacere, da molti anni questa terra sanguina, non si è mai vista una cosa del genere. È in corso una guerra violenta contro un nemico malvagio che vuole far ritornare indietro la macchina del tempo mentre c’è chi vuole condurre una vita civile e moderna.
Sotto il rumore delle bombe e la paura delle pallottole ci sono milioni di iracheni che vivono una vita di terrore. Senza dubbio, voi conoscete l’Iraq come un incrocio di religioni, nazionalità ed etnie, ma purtroppo siete a conoscenza anche di quello che è successo alla comunità yazida e dei gravi crimini che hanno subito: sono stati uccisi e rapiti dal gruppo criminale Daesh.

Il 3 agosto 2014 Daesh ha attaccato e distrutto Sinjar e i villaggi vicini, ha obbligato migliaia di prigionieri a cambiare la loro religione – altrimenti sarebbero stati uccisi. Sono state rapite migliaia di donne e ragazze, vendute e rese schiave. È come se fossimo tornati indietro di secoli e secoli. Daesh fa il lavaggio del cervello a migliaia di ragazzini yazidi, suoi prigionieri, per trasformarli in terroristi e kamikaze. È lo sterminio di una comunità che vive da migliaia di anni in Iraq.
Raccontandovi questo, non voglio sminuire quello che è successo contro le altre comunità: i cristiani sono stati cacciati dalle loro case, migliaia di sciiti sono stati uccisi a Tal Afar, la tribù Abu Namr è stata sterminata e sono stati compiuti tanti altri crimini. Il più grave però è il rapimento delle donne yazide, in un mondo solo in apparenza moderno.
Sono migliaia le donne rapite e torturate da questi criminali, sono 3600 le donne e i bambini sequestrati, senza contare quelli che sono stati uccisi o venduti. Ancora oggi, nel XXI secolo, le nostre donne sono vendute e comprate, nonostante ci siano accordi internazionali che proibiscono la schiavitù e il traffico di esseri umani, nonostante ci siano numerose organizzazioni internazionali, che difendono i diritti umani e delle donne, che stanno chiedendo alle grandi potenze di intervenire.

Ho chiesto – e chiedo - alla comunità internazionale di aiutarci, di salvare i nostri prigionieri e farli tornare a casa. Non è facile accettare di perdere i propri cari ed essere impotenti. L’Iraq sta combattendo contro Daesh ed è riuscito a liberare molte zone che erano nelle loro mani, ma le città liberate sono distrutte - come Sinjar, rasa al suolo per più del 90%. Abbiamo bisogno di aiuti per ricostruirla, abbiamo bisogno di aiuti umanitari per migliaia di profughi, che sono stati costretti a lasciare le proprie case. Sono più di 3 milioni infatti i profughi in Iraq, di cui 180.000 in Kurdistan e 460.000 yazidi. L’85% degli yazidi iracheni sono ormai profughi, hanno perso tutto quello che avevano: terreni, case e figli. Hanno un grande bisogno di aiuti umanitari. Nei campi profughi vivono nelle tende, che non sono ricoveri degni per nessun essere umano, e sono centinaia i bambini resi orfani.
Di fronte a questi problemi dobbiamo riflettere sul futuro dell’Umanità e in particolare delle minoranze. 

Il riconoscimento internazionale per quello che è successo agli yazidi è molto importante per noi, per dare loro protezione internazionale ed evitare che possa accadere un’altra volta. Grazie al Kurdistan e ai volontari siamo riusciti a salvare quasi 6800 donne e bambini dalle mani del terrorismo.
Vi ringrazio, vi ringrazio di aver scelto me per essere onorata al Giardino dei Giusti di Milano, per me è un orgoglio ed è un attestato di stima che non riesco neanche a descrivere. È un modo di onorare tutti gli attivisti che difendono i diritti umani e ogni donna che ha sofferto in Iraq, quelle che sono state rapite, le madri dei martiri, i bambini orfani indipendentemente da sesso, etnia e religione. 

Abbiamo oggi l’obbligo insieme di fermare la persecuzione delle donne in tutto il mondo. Io non parlo solo in nome delle donne yazide e irachene che hanno subito violenza e persecuzione, ma anche in nome di migliaia di vedove e di orfani, di donne maltrattate, offese, rapite, vendute e ricomprate.
Io parlo per tutti gli esseri umani perseguitati in qualsiasi parte del mondo. Abbiamo il dovere di difenderli, di proteggerli, di salvarli dalla persecuzione, è un obbligo per la comunità internazionale concedere a ogni donna i propri diritti. In Iraq, ora, dobbiamo lavorare per ridare fiducia ai cittadini, dobbiamo diffondere lo spirito del perdono, e dell’accettazione dell’altro. Dobbiamo assicurare alla giustizia tutti quelli che hanno compiuto gravi crimini e condannare chi si è reso complice del rapimento di donne e bambini.
Anche se ci sono tanti conflitti che dividono gli essere umani, siamo parte della stessa Umanità e siamo uniti nello stesso destino.

Analisi di Vian Dakhil, deputata yazida del Parlamento iracheno
12 aprile 2016


fonte: http://it.gariwo.net/editoriali/il-dramma-delle-donne-yazide-14910.html

martedì 11 novembre 2014

Le donne di Kobane sul fronte delle contraddizioni


Le donne di Kobane2

In una recente intervista dal fronte realizzata dalla reporter australiana Tara Brown, una donna combattente curda delle YPJ (Unità di protezione delle Donne) ha dichiarato che lo Stato Islamico è un nemico dell’umanità. Per lei e per le donne della sua brigata Kobane è il confine globale che separa la civiltà dalla barbarie

C’è qualcosa di spiazzante in queste parole perché sono le stesse che, soprattutto dopo l’11 settembre 2001, hanno preteso di giustificare una guerra combattuta senza frontiere, dall’Afghanistan all’Iraq alle periferie delle città americane ed europee, in nome della «duratura libertà» di un Occidente minacciato dal terrorismo globale. Ma è altrettanto spiazzante il radicale cambiamento di prospettiva che impongono il contesto e la posizione di chi parla: se ci muoviamo dalle stanze blindate del Pentagono a una terra di passaggio in Medioriente non abbiamo più davanti un manipolo di uomini che pretende di guidare una guerra giusta per la libertà – anche quella delle donne oppresse dall’integralismo talebano – ma donne protette soltanto da sottili muri di pietra e dalle proprie armi che combattono per liberare se stesse.

Quest’osservazione, però, non basta a quietare il senso di spiazzamento. È davvero sufficiente che sia una donna a pronunciare quelle parole per cambiare il loro significato, per rovesciare un discorso che ha veicolato gerarchie e oppressione e per trasformarlo in una canzone per la libertà?
Il fatto che siano le donne a imbracciare le armi è sufficiente a farci rinunciare al pacifismo che abbiamo sostenuto di fronte all’invasione statunitense dell’Afghanistan, a farci riconoscere le ragioni della guerra?

Le fila delle Unità di protezione del popolo contano 45mila unità, il 35% sono donne. Quasi 16mila guerriere contraddicono praticamente ogni legame sostanziale tra il sesso, la guerra o la pace. Si tratta, per la maggior parte, di curde siriane, ma ogni giorno nuove combattenti provenienti dalla Turchia e dalla Siria, non soltanto curde, si uniscono alle YPJ.
Un detonatore per questa ondata di reclutamenti è stata la presa del Sinjar da parte dello Stato islamico, lo scorso 3 agosto. Migliaia di donne curde yezidi sono state catturate.
Quelle che non sono state uccise per essersi ribellate o aver tentato di fuggire e quelle che non si sono uccise per scampare al proprio destino sono state stuprate, ridotte in schiavitù e vendute a combattenti ed emiri al solo scopo di soddisfare le loro esigenze sessuali e la necessità di produrre e allevare martiri jihadisti.
Centinaia di bambini sono stati catturati e rinchiusi in scuole coraniche per essere trasformati in combattenti.

Dietro all’odio sfrenato dell’IS nei confronti delle donne – obbligate da norme ferree che regolano il loro abbigliamento e limitano la loro mobilità, che le dichiarano «disponibili allo stupro» – c’è la loro riduzione a strumenti di riproduzione di un ordine violentemente patriarcale secondo una logica che, per quanto estremizzata e connotata confessionalmente, ha un carattere terribilmente globale.
A Kobane si sta perciò combattendo una «guerra di posizione» e questa definizione non ha nulla a che fare con le strategie militari. 

Il fatto è che in gioco c’è anche il posto che le donne occupano nel mondo e per questo le guerriere delle YPJ sono orgogliose di avere imbracciato le armi, come lo sono le loro madri organizzate nel gruppo Şehîd Jîn’.
L’etica della cura di cui queste donne sono portatrici assume forme del tutto impreviste per chi, da questa parte del mondo, fa della cura qualcosa che riguarda la vita e che, per sua natura, nega la guerra. A Kobane, però, la guerra è la scelta obbligata per chi intende curarsi della propria vita e della propria libertà, della vita e della libertà dei propri compagni e compagne, della propria regione, delle proprie idee.

Intervistata da Rozh Ahmad, che ha realizzato un bellissimo documentario dal fronte della Rojava, la madre di una combattente, che indossa il velo, racconta: «due delle mie figlie sono andate via nella stessa settimana. Una è entrata nelle YPJ, l’altra si è sposata. Per fortuna non mi preoccupo per quella che è nelle YPJ. Hanno buone idee e per noi è un onore avere una figlia nelle loro fila. La mia figlia sposata sta bene, ma sono ancora preoccupata per lei». 

Questa madre non dice quale sia la sua preoccupazione, ma possiamo immaginarlo dal racconto della sua figlia combattente: «la nostra società guardava le donne solo come buone casalinghe, le donne erano fatte su misura per gli uomini e rinchiuse in casa come schiave. Ora abbiamo appreso questa realtà amara. Ora siamo cambiate: viviamo, impariamo e combattiamo. Siamo soldatesse ora […] viviamo pienamente la nostra diversità».

Le donne combattenti di Kobane, in primo luogo, sono diverse da ciò che sono state. Le armi hanno segnato un cambiamento decisivo rispetto all’inesausta continuità della tradizione e forse anche rispetto alla «Carta del contratto sociale» della Rojava, che alle donne garantisce l’uguaglianza e la partecipazione attiva a ogni organo di autogoverno. Si tratta di un cambiamento che è dovuto, in una certa misura, alla spinta politica del PKK, nella cui «ideologia» si riconosce pienamente l’Alto consiglio delle donne del movimento di liberazione del Kurdistan.

Come spiega Handan Çağlayan, la persistenza di consuetudini come il namus, l’obbligo di sorvegliare i corpi, i comportamenti e la sessualità delle donne da parte degli uomini, costituiva un grosso limite alla mobilitazione di massa in favore della causa curda.
Il nesso stabilito da Öcalan tra la liberazione delle donne e la rivoluzione sociale (Woman and Family Question, 1992) non può comunque essere letto esclusivamente alla luce delle «strategie di mobilitazione», ma deve essere considerato allo stesso tempo una risposta a un massiccio protagonismo delle donne, anche nella guerra, a partire dalla fine degli anni ’80.
Inoltre, il mancato riconoscimento della minoranza curda da parte della Siria ha prodotto nelle donne un sentimento di oppressione e, con esso, il senso della possibilità e della necessità della ribellione. Lo racconta chiaramente a Rozh Ahmad una delle combattenti intervistate: «noi ragazze curde eravamo costrette a parlare arabo tra di noi a scuola. Noi curdi eravamo oppressi, lo Stato controllava completamente le nostre vite. Ma ci siamo sempre ribellati contro tutto questo». 

Al di là dell’identificazione di queste donne con la causa curda c’è, però, qualcosa di più. Una di loro racconta che, secondo alcuni, le combattenti «sono tagliate fuori dalla vita sociale» perché hanno preso le armi. A loro risponde con orgoglio che, assieme alle sue compagne, ha «una vita molto più ricca di quello che loro possono pensare».
Con orgoglio un’altra afferma che alcuni uomini, che non hanno avuto il coraggio di combattere, abbassano la testa al loro passaggio. Benché ciò passi in secondo piano rispetto all’impressionante resistenza che stanno opponendo all’IS, sembra che queste donne stiano portando avanti anche una battaglia sul fronte interno per affermare il loro diritto a conquistarsi la libertà.

È stata la partecipazione alla guerra che le ha portate a sentirsi uguali. Contro ogni retorica nazionalistica costruita sulla «difesa delle nostre donne», le guerriere delle YPJ hanno preso a difendere se stesse e hanno accettato il rischio di morire, senza per questo avere una felice propensione al martirio.
Contro l’incredulità dei loro padri e dei loro fratelli che dubitavano della loro forza e ben oltre il formale riconoscimento della loro uguaglianza espresso nella costituzione della Rojava, queste donne hanno dimostrato di avere non solo la forza, ma anche il coraggio.
A loro non piace la guerra, a loro non piace uccidere, a loro non piacciono le armi e lo ripetono nelle loro interviste. Una combattente racconta che pulire il suo fucile non era poi così difficile, ma per sparare ha dovuto superare la paura.

Ognuna di queste donne ha combattuto prima di tutto contro una parte di sé, la propria «passività», come la chiama qualcuna, l’ignoranza di che cosa possa significare «essere una donna», per andare sul fronte di Kobane. Nessuna di loro era già libera, ciascuna di loro ha dovuto conquistarsi un pezzo di libertà.
Convinte che la guerra e la pratica della violenza non siano proprie delle donne, alcune potrebbero arrivare a negare che queste donne siano davvero tali. È già accaduto di fronte alle immagini di Lynndie, la fiera torturatrice di Abu Grahib.
Tra lei e le combattenti della Rojava c’è un abisso, ma in entrambi i casi è chiaro che vi sono molti modi di stare al mondo come donne, al di là di qualsiasi destino tracciato dall’ordine simbolico del padre o da quello della madre.

Convinte che l’uguaglianza non sia altro che l’espressione politicamente corretta del perpetuarsi di un potere sessuale sulle donne, altre potrebbero vedere in queste guerriere la riproduzione di un «modello maschile» di autonomia. Eppure, queste combattenti sono donne e per le donne combattono, contro una schiavitù che non indossa solo le maschere nere dell’IS e del suo fondamentalismo, ma che, come ricorda una di loro, arriva in Europa nelle vesti accettabili e colorate del capitalismo. Forse, allora, non è la storia di queste donne a essere inadeguata rispetto alle alte vette della libertà femminile. Forse sono i discorsi che donne e femministe hanno a disposizione a non essere all’altezza della storia delle combattenti di Kobane.

Non si tratta, evidentemente, di fare della lotta armata il paradigma di ogni percorso di liberazione, né di dimenticare quanta oppressione e quanto sfruttamento passano per l’uguaglianza formale. Non si può neppure ignorare, però, che mentre rivendicano di essere «una brigata di sole donne che vivono in modo completamente indipendente», combattendo al fianco dei loro compagni sul fronte queste donne rivendicano e praticano l’uguaglianza e insegnano qualcosa agli uomini.

C’è, in questo, qualcosa di profondamente sovversivo, che forse non sarà decisivo dal punto di vista militare ma senz’altro lo è dal punto di vista politico. 
Duemila donne, miseramente equipaggiate e con scarso appoggio internazionale, danno un contributo fondamentale alla difesa di una città asserragliata da novemila jihadisti ben armati. La loro forza – come ha ricordato la combattente delle YPJ Xwindar Tirêj – non è nei fucili ma nella determinazione.
Certo, anche i loro compagni sono determinati, ma nell’uguaglianza femminile c’è qualcosa di più. È il volto e il corpo di quella determinazione a terrorizzare i combattenti dello Stato islamico convinti che, se saranno uccisi da una donna, non andranno in paradiso.

Così, mentre i miliziani dell’IS aspirano al paradiso, le donne di Kobane pretendono di portarlo sulla terra e, nel farlo, pongono domande davvero scomode al di qua di Kobane.
Forse questo spiega il muto e fragoroso silenzio di molte donne e femministe di fronte a questa guerra e al ruolo delle Unità di protezione delle donne.

Forse è più facile schierarsi nella guerra quando la parte delle donne è quella di vittime, quando il loro corpo è un terreno di battaglia, quando si fanno mediatrici e ambasciatrici di pace, quando sono uno fra i molti generi che subiscono la discriminazione e l’oppressione fondamentalistica, quando possono essere guardate come la metafora di una vulnerabilità che unisce il genere umano e rivela le bellicose pretese di dominio del soggetto Maschio, Bianco e Occidentale, quando sono esotici soggetti post-coloniali.

Forse è più difficile prendere parte alla guerra quando significa ammettere che le stesse che danno la vita possono toglierla a colpi di mortaio, che le stesse che incarnano la pace possono decidere di armarsi e andare al fronte, che le stesse che si prendono cura possono colpire, che le stesse che dovrebbero contestare il potere lottano per prendere potere e lo fanno come donne.

Mentre ridono e sparano, mentre riposano e danzano con tute mimetiche e foulard colorati, le donne combattenti di Kobane sembrano indicare il punto in cui ogni discorso formulato fin qui da donne e femministe rischia di sbriciolarsi sul fronte delle contraddizioni. Per questo, piuttosto che trincerarsi nel silenzio, vale forse la pena ascoltare e provare a capire la posta in gioco globale della guerra delle donne di Kobane.

sabato 8 novembre 2014

...la razza umana!!


di Magdi Cristiano Allam

foto di Magdi Cristiano Allam.Una bambina cristiana o yazida da 9 anni in giù costa 140 euro al mercato delle schiave del sesso nello "Stato islamico".
È il prezzo ufficiale stabilito in un documento con la bandiera e l'intestazione dell'Isis, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante.
Il tariffario delle donne schiave del sesso cristiane o yazide varia a secondo dell'età.
 Se ha un’età compresa tra i 40 e i 50 anni costa 50 mila dinari (35 euro);
se ha tra i 30 e i 40 anni costa 75 mila dinari (52 euro);
se ha tra i 20 e i 30 anni costa 100 mila dinari (69 euro);
se è una ragazza tra i 10 e i 20 anni costa 150 mila dinari (circa 100 euro);
se è una bambina dai 9 anni in giù costa 200 mila dinari (circa 140 euro).




foto di Magdi Cristiano Allam.
foto di Magdi Cristiano Allam. 















Il documento dello "Stato islamico" con il tariffario delle donne cristiane e yazide vendute come schiave del sesso è stato pubblicato dal portale IraqiNews il 3 novembre.
Una ragazza yazida, venduta «come merce o bestiame» e poi riuscita a scappare ha raccontato alla Cnn: «Ci hanno esposte a Mosul e Raqqa nei mercati con dei cartelli che indicavano il nostro prezzo».
Che cosa succeda alle ragazze comprate è stato rivelato più volte dalle prigioniere riuscite a scappare dopo essere state vendute a uomini di 50, 60 o anche 70 anni: vengono picchiate, stuprate a ripetizione e costrette a convertirsi all’islam.



Gli stessi terroristi islamici dell'Isis nella loro rivista Dabiq hanno esultato per il «ritorno alla schiavitù», giustificandolo così alla luce del Corano: «Le loro donne [yazide] possono essere schiavizzate» perché eretiche. «Bisogna ricordare che rendere schiave le famiglie degli infedeli e prendere le loro donne come concubine è un aspetto stabilito in modo chiaro dalla sharia. E se qualcuno la negasse o la prendesse in giro, negherebbe e prenderebbe in giro i versi del Corano e le narrazioni del Profeta, e di conseguenza diventerebbe un apostata».
Nessuno sa quante donne siano ancora nelle mani dei terroristi. Il governo regionale curdo ha dichiarato però lunedì di aver liberato 234 yazidi, pagando agli intermediari per l’operazione un milione e mezzo di dollari. Questi sarebbero andati solo in minima parte per i riscatti, «la maggior parte per permettere la loro fuga dal territorio dello Stato islamico».
L'unico commento è che questi criminali terroristi islamici vanno annientati e il sedicente "Stato islamico" deve scomparire. Dobbiamo combatterli e sconfiggerli prima che siano loro ad eliminarci e a porre fine all'unica civiltà che si fonda sulla sacralità della vita, la pari dignità tra le persone, la libertà di scelta per tutti.

http://www.tempi.it

domenica 5 ottobre 2014

Conferenza 11/10/2014: Donne curde in Irak, Siria, Europa

PRATICARE LA LIBERTÀ CONTRO LA GUERRA SENZA FINE
DEL SISTEMA PATRIARCALE: DONNE CURDE IN IRAK, SIRIA, EUROPA
 
PRATICARE LA LIBERTA' CONTRO LA GUERRA SENZA FINE DEL SISTEMA PATRIARCALE: DONNE CURDE IN IRAK, SIRIA, EUROPA
Sabato 11 Ottobre dalle 9:30 Convegno

In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava.

Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei 
secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità.
Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili.

Anche in questa guerra, l'uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”. Un vero e proprio femminicidio di massa.

Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee: il 23 novembre 2011 a Parigi, il 3 dicembre 2011 a 
Stoccolma, il 14 gennaio 2012 a Londra e l'11 febbraio 2012 a Ultrecht. In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a 
Ginevra, alle Nazioni Unite.

La conferenza che si terrà a Roma l’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, 
calandolo nella dimensione del conflitto in atto.

A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a 
Ginevra, l'ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici.

Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la -Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia.

La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto.

Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale. 

Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani. L’iniziativa si terrà il giorno 11 ottobre 2014 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, in 
via della Lungara n. 19, Aula Lonzi, piano 1, dalle 9,30 alle 18.


In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava.
Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità.

Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili.


Anche in questa guerra, l'uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”. Un vero e proprio femminicidio di massa.

Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee:
 il 23 novembre 2011 a Parigi,
 il 3 dicembre 2011 a Stoccolma,
 il 14 gennaio 2012 a Londra
 l'11 febbraio 2012 a Utrecht.

 In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a Ginevra, alle Nazioni Unite.

La conferenza che si terrà a Roma l’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, calandolo nella dimensione del conflitto in atto.

A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a Ginevra, l'ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici.

Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la -Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia.

La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto.

Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale.
Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani.

L’iniziativa si terrà il giorno 11 ottobre 2014 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, in via della Lungara n. 19, Aula Lonzi, piano 1, dalle 9,30 alle 18.

domenica 28 settembre 2014

Quelle guerriere peshmerga che fanno paura ai jihadisti

Gli islamisti rinunciano alla lotta perché temono di non andare in Paradiso se uccisi da una donna. In Siria 130 mila profughi curdi in fuga verso la Turchia.
 
Le prime guerriere curde risalgono addirittura ai tempi di Saladino
23/09/2014 - Maurizio Molinari corrispondente da Gerusalemme 
 
Tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze ma intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa: a svelare un possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono i servizi d’intelligence americano e britannico che hanno rilevato una ricorrente anomalia nei movimenti delle unità fedeli al Califfo Al-Baghadadi.  
 
Ad alzare il velo sui contenuti dei rapporti militari è Ed Royce, presidente californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, facendo sapere che «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È stata l’osservazione dei movimenti delle unità di Isis nel Nord della Siria e soprattutto dell’Iraq a portare a tale deduzione perché in più occasioni quando i jihadisti si sono trovati di fronte unità femminili di peshmerga curde hanno preferito evitare rischi.  
 
Le prime a notare tale anomalia nel comportamento di un nemico altrimenti spietato e apparentemente indomabile sono state proprio le donne-peshmerga, comunicando ai comandi di Erbil e Suleymania la «propria soddisfazione per essere riuscite a fermare l’avanzata di Isis» quasi senza colpo ferire. In alcuni casi, le combattenti curde hanno testimoniato di aver visto con i loro occhi «i combattenti di Isis voltare le spalle e andare via». Alla base di tali comportamenti vi sarebbero dei sermoni di imam salafiti fedeli ad Isis che avrebbero detto ai jihadisti di «non essere sicuri» sulla destinazione «in un Paradiso con 72 vergini» per «chi viene ucciso in combattimento dalle mani di una donna». 

Per Usa, Gran Bretagna e Francia, impegnate ad accelerare l’invio di armamenti pesanti ai curdi iracheni, si tratta di una notizia che può avere conseguenze tattiche, ovvero portare ad addestrare e dunque schierare un maggior numero di donne-peshmerga. Al momento i jihadisti del Califfo infatti premono sulle aree controllate dai curdi tanto in Iraq quanto in Siria, dove l’offensiva attorno alla città di Kobani ha portato nelle ultime 72 ore oltre 130 mila civili a cercare rifugio oltre il confine turco.  

Il reggimento femminile dei peshmerga è uno dei punti di forza della difesa del Kurdistan iracheno dal 1996, quando venne creato con appena 11 reclute dall’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani per sottolineare la volontà di integrare le donne nel nascituro Stato. Ora il reggimento conta quattro battaglioni, con un comandante per brigata e un corpo ufficiali fino al grado di colonnello. Lamiah Mohammed Qadir è uno dei comandanti più popolari, tiene le sue donne-soldato schierate nella provincia di Dyala e spiega così le mansioni svolte: «Siamo in prima linea a Daquq, Jalawla e Khanaqin, partecipiamo alle battaglie e contribuiamo anche a trasportare equipaggiamenti ai reggimenti di uomini»

Finora le donne-pershmerga non hanno subito vittime e Chelan Shakhwan, una delle veterane, descrive così la formazione all’arte del combattimento: «È un addestramento duro, con esercizi su armi, resistenza fisica e preparazione intellettuale». Il soldato Shaimaa Khalil spiega alla Bbc che «la nostra motivazione contro Isis è forte, vogliamo combattere per difendere il Kurdistan e anche difendere noi stesse perché da quanto visto a Mosul i jihadisti attaccano proprio noi donne». Non poche delle donne-pershmerga sono tiratori scelti ed hanno alle spalle la guerra del 2003 contro le truppe di Saddam. «Molte di noi hanno figli e mariti - aggiunge Shakhwan - ma sono felice di fare il mio dovere proteggendo il Kurdistan». D’altra parte le prime donne curde combattenti di cui si ha notizia risalgono al XII secolo quando fu il Saladino a volerle al suo fianco, apprezzandone dedizione e addestramento.

domenica 31 agosto 2014

La brigata di donne curde "Pronte a morire per la libertà"

BIRITANE, il profilo armonioso e la voce d’usignolo, a poco più di vent’anni manovra un monumentale fucile automatico sopra le montagne rocciose del Kurdistan siriano attorno a Ras Al-Ayn, il valico di frontiera con l’Iraq. Arruolata nei ranghi dell’Ypg, la Forza di difesa del popolo, è a capo di una delle brigate decentrate della milizia curda. Assieme ad altri 40 mila soldati, si batte in prima linea contro i jihadisti dell’Is, in Siria e in Iraq. Come lei, qualcosa come 16 mila altre donne compongono il 40 per cento della forza curda siriana.
 
Biritane intona un canto in un prezioso momento di pausa nelle sanguinose battaglie di questi giorni per bloccare l’avanzata dell’Is. Si direbbe una canzone d’amore, tanto è dolce la melodia, registrata da Hamid Mesud, un collaboratore di France24. E invece lei sta celebrando, dice, la memoria delle sue compagne cadute sul campo, e lo fa per sollevare il morale delle altre accucciate lì intorno. «Abbiamo scelto di morire in nome della libertà delle donne», racconta. «No, noi non ci sposiamo: non possiamo mettere su famiglia, perché potremmo morire ad ogni istante».

Bisognerebbe parlare della soave Biritane al passato, infatti lei è morta proprio pochi giorni fa. Quella volta aveva aggiunto: «Il campo di battaglia per me è qualcosa di divino, mi ricorda le amiche uccise. Loro erano al mio fianco nella stessa trincea. Siamo state costrette a prendere le armi perché gli islamisti vogliono riportarci indietro al Medio Evo, ridurre le donne in schiavitù».

Le peshmerga non sono una novità nella storia dei curdi, fieri guerrieri delle montagne. Dall’altra parte del confine siriano, in Iraq, queste sono organizzate in un reggimento femminile, che conta quattro battaglioni con un comandante per ogni brigata. È dal 1996 che il reggimento si addestra assieme, e come, i maschi nel governatorato di Sulaymaniyah, nel Nord Est del Paese. All’inizio si era trattato di combattere contro le Guardie repubblicane di Saddam Hussein nella guerra civile che insanguinava il Kurdistan tra le fazioni rivali di Barzani (attuale presidente del Kurdistan iracheno) e Talabani (presidente dell’Iraq fino al 24 luglio scorso). Poi, riferisce alla stampa Lamiah Mohammed Qadir col suo grado di colonnello, «le peshmerga hanno continuato ad accumulare esperienza sul campo di battaglia».

Lei ricorda la grande «battaglia di liberazione dell’Iraq nel 2003», quando le forze americane martellavano Bagdad, e «i combattimenti contro gli islamisti di Ansar al-Sunna a Halabja». Oggi la minaccia che richiama le donne al fronte è la stessa su entrambi i versanti del vasto altipiano del Kurdistan a cavallo fra Tigri e Eufrate. È la violenza estrema dell’armata fondamentalista riversatasi in Iraq dai deserti orientali della Siria come dal Medio Evo sotto la bandiera nera dell’Is: predoni barbuti islamisti intenti a massacrare sommariamente gli "infedeli" e a saccheggiare lungo la loro marcia. Ovunque controllino il territorio, «hanno imposto alle donne il niqab, le hanno costrette a sposarsi contro la propria volontà, le hanno vendute come schiave», dice un’altra leader di brigata, Chelan Shakhwan nelle retrovie di Jalawla, 150 chilometri da Baquba in Iraq. La cronaca di ieri aggiunge nuove conferme: almeno 100 vedove e orfane della minoranza yazidita di Kocho sono state portate all’asta a un mercato jihadista. Questo dopo che i terroristi hanno separato le femmine, chiuse in una scuola, e ucciso tutti i maschi al di sopra dei 12 anni.

Jiane, giovane comandante di un’unità curda sul versante siriano, tutto questo lo sa bene per averlo già visto negli anni passati in Siria. Perciò dice a proposito della sua determinazione: «Impediremo all’Is di stabilirsi in queste terre a ogni costo. Noi la chiamiamo "la battaglia di Ras Al-Ayn" (il varco di frontiera vicino alla Turchia). Centinaia di islamisti sono passati da quell’accesso per combatterci. A tratti ci siamo dovute ritirare. Però, abbiamo tenuto». Poco lontana da lei, Biritane, prima d’essere uccisa in combattimento, annuiva: «Noi confidiamo in noi stesse. Vogliamo soltanto difenderci. Siamo obbligate a uccidere per salvare la vita dei nostri cari e dei nostri bambini».


FONTE: http://www.parieuguali.it/peu.asp?p=943

Le Yazide rapite dimenticate

Iraq. “Il grido delle Yazide[1] rapite: ora vogliamo solo morire”
Intervista alla parlamentare Vian Dakhil: "Seicento le giovani prigioniere dei jihadisti[2]. Stuprate tutti i giorni, preferirebbero morire sotto le bombe". "Sui monti Sinjar ancora centinaia di persone dimenticate da tutti".
 
 
Vian Dakhil, ancora convalescente dopo l’incidente di un paio di settimane fa ERBIL (Iraq): "Sulle montagne di Sinjar ci sono ancora cinquecento persone, per lo più anziani, disabili o donne incinte, e sono tutte troppo stanche per affrontare l’impervio sentiero che li porterebbe a valle e da lì verso i campi profughi nel nord del Kurdistan".

 E’ ancora la quarantenne Vian Dakhil a richiamare l’attenzione sulle sofferenze del suo popolo, la deputata yazida che il 5 agosto scorso, in un accorato intervento al Parlamento di Bagdad, denunciò al mondo lo sterminio dei suoi per mano dei fondamentalisti islamici. La settimana successiva, la Dakhil salì su uno dei primi elicotteri che portavano soccorsi ai 40mila yazidi fuggiti in montagna per scampare ai massacri. Ma l’elicottero, forse troppo carico, cadde e lei si ruppe due costole e si spappolò la gamba destra. La deputata fu immediatamente trasportata a Istanbul, dove ha subito due lunghe operazioni. Da pochi giorni è tornata a Erbil, nella casa dei genitori, dove l’incontriamo ancora allettata. Dice, ignorando la nostra domanda sul suo stato di salute: "Quelle persone stanno male, perché dimenticate da tutti. Ormai gli sforzi sono tutti destinati ai campi profughi. Ma lassù c’è ancora bisogno di aiuto".

Signora Dakhil, che cosa sa delle donne e delle ragazze yazide rapite le scorse settimane dai soldati dello Stato islamico?
"Siamo in contatto con molte di loro. Ci chiamano appena possono di nascosto dagli islamisti e ci raccontano l’orrore di cui sono vittime. Saranno sei o settecento, e ogni volta ci chiedono di far bombardare il luogo dove sono rinchiuse. Preferiscono morire che essere stuprate tutte le sere dalle bande del califfato".

Ha un’idea di quanti yazidi siano stati trucidati finora?
"E’ difficile stabilirlo, perché di molti yazidi non abbiamo più notizie, ma non sappiamo se sono stati uccisi o solamente fatti prigionieri. Ma dopo l’eccidio di Dokho, i morti ammazzati dovrebbero essere circa duemila".

Come spiega tanto odio da parte degli islamisti nei confronti degli yazidi?
"Fa parte del loro credo odiarci, perché ci vedono come "apostati". E perché sono i loro imam a incitarli all’odio nei nostri confronti. Lo fanno con le loro fatwa, che diffondono in rete. Sono loro che li autorizzano a ucciderci, a depredarci, a stuprare le nostre donne e a rapire i nostri bambini per farne dei "musulmani". Giustificano i loro orrori con il loro Dio".

Ma vi aspettavate di essere aggrediti con tale violenza, quando le truppe islamiste hanno cominciato a occupare le vostre terre?
"No, perché pensavamo che il loro solo obiettivo fosse rovesciare il governo di Al Maliki e conquistare Bagdad. Eravamo certi che avessero solo mire politiche. Non credevamo che se la sarebbero presa anche con noi o con i cristiani nelle regioni che andavano via via conquistando. Soprattutto, non immaginavamo che avrebbero fatto la guerra anche ai curdi".

Ci sono yadizi che accusano i peshmerga[3] di non averli protetti contro gli islamisti. Lei è tra questi?
"I peshmerga hanno combattuto a Sinjar contro gli islamisti che ci attaccavano, ma allora non erano ancora stati riforniti di armi statunitensi. E con i loro vecchi kalashnikov poco hanno potuto di fronte alle armi moderne dei jihadisti. Non mi sento di criticare i combattenti curdi, perché per noi hanno fatto molto".

Che cosa si aspetta ora dalla comunità internazionale?
"Deve fare di più. Molto di più. La mia gente è scampata a un genocidio e ha perso tutto. Anzitutto ci serve protezione".

Adesso è la città di Amerli, a maggioranza turcomanna, sotto assedio degli islamisti. Può accadere anche lì quanto è successo a Sinjar?
"Sì, se non intervengono gli americani o chi per loro, anche lì ci saranno molto presto degli orrendi massacri. E’ questione di giorni, forse di ore". 

Il 5 agosto scorso, quando lei si è rivolta con passione al Parlamento di Bagdad, come hanno reagito i suoi colleghi deputati?
"Di solito, quando intervengo al Parlamento iracheno scateno reazioni violente da parte degli altri deputati. Ma quel giorno, per la prima volta si sono alzati tutti in piedi, e mi hanno ascoltato, in religioso silenzio. Forse hanno capito che la stessa sorte che è capitata agli yazidi potrà presto abbattersi anche sulle loro comunità". 

Crede che il premier iracheno incaricato di formare un nuovo governo, Haider al Abadi, sarà in grado di cambiare le carte in tavola, e di riappacificare sciiti e sunniti?
"All’inizio si darà da fare, per dimostrare che gli americani e gli iraniani hanno fatto bene a nominarlo. Poi, però, la situazione tornerà tale a quale a prima. La sola soluzione credo che sia creare tre Stati in Iraq: uno sciita, uno sunnita e uno curdo. Ci vorrà ancora qualche anno, ma non vedo alternative. E’ illusorio credere che un giorno riusciremo a convivere in pace nello stesso Iraq".

 

[1] Lo Yazidismo (in curdo ئێزیدی, Ēzidī, Īzidī, in arabo: ﻳﺰﻳﺪﻱ, Yazīdī, in turco Cyrāǵ Sândëren, prop. "spegnitori di lampade", in persiano Shaiôān peresht, "adoratori del diavolo) è una religione monoteista sincretica praticata da popolazioni curde. Erroneo, malgrado un corrivo suo uso giornalistico, è trattare il termine "yazidi" come un etnonimo, mentre esso va riferito a una specifica fede religiosa.
La religione yazidi è una combinazione sincretistica di zoroastrismo, manicheismo, ebraismo e cristianesimo nestoriano sui quali sono stati successivamente aggiunti elementi islamici sciiti e sufi. Fanno parte della religione yazidi il battesimo, il divieto di mangiare certi cibi, la circoncisione, il digiuno, il pellegrinaggio devozionale, l’interpretazione dei sogni, e la trasmigrazione delle anime. Gli yazidi sono monogami, anche se, in alcuni rari casi, ai loro capi è concesso avere più di una moglie. I bambini vengono "battezzati" alla nascita; la circoncisione è una pratica diffusa ma non obbligatoria, come nell’Islam del resto. Subito dopo la morte i defunti sono deposti con le mani giunte in tombe di forma conica.

[2] Jihād, parola araba, (ğihād in arabo: جهاد) che deriva dalla radice <"ğ-h-d> che significa "esercitare il massimo sforzo". La parola connota un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per attingere una perfetta fede fino alla guerra santa. Il termine fa riferimento ad una delle istituzioni fondamentali dell’Islam.
Oggi il termine è usato in numerosi circoli come se avesse una dimensione esclusivamente militare. Per quanto questa sia l’interpretazione più comune di jihād, è degno di nota che la parola non è usata strettamente in questo senso nel Corano, il testo sacro dell’Islam. È anche vero, tuttavia, che la parola è usata in numerosi hadīth sia in contesti militari che non militari.

[3] La parola Peshmerga in curdo indica letteralmente un combattente guerrigliero che intende battersi fino alla morte.
 
 
 

mercoledì 20 agosto 2014

Stupri durante i conflitti: in Iraq come fu in Bosnia


La ragazza rapita dai jihadisti: "Siamo le loro schiave sessuali, salvateci o aiutateci a morire".


E' l'appello disperato di una giovane yazida nelle mani dei miliziani dello Stato Islamico in Iraq:

 "Ogni giorno arrivano i combattenti e cercano tra di noi. Prendono due o tre ragazze carine. Quando le ragazze tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate. I combattenti le portano ai loro emiri, che ne abusano sessualmente. Le donne li supplicano di sparare loro alla testa per mettere fine alla loro miseria".
"Diverse ragazze si sono suicidate. Oggi una ragazza si è impiccata con il velo ed è morta. Salvateci, salvateci. Chiunque possa sentire la nostra voce - Stati Uniti, Europa, chiunque - per favore aiutateci, salvateci": questo l'accorato appello lanciato attraverso l'agenzia di stampa curda Rudaw da una 24enne yazida detenuta dai jihadisti dello Stato islamico nel nord dell'Iraq.

Secondo la donna, sarebbero circa 200 le donne yazide rinchiuse con lei nella prigione situata nei pressi della contea di Baaji, nella provincia di Mosul: "Dalle tre alle quattro volte al giorno vengono nel cortile della prigione. Le ragazze li supplicano di sparare loro alla testa per mettere fine alla loro miseria".

In lacrime la ragazza ripete più volte la località dove si trova la prigione in cui è rinchiusa, supplicando anche di lanciare raid aerei per seppellirle e farle riposare in paese: "Ogni giorno arrivano i combattenti e cercano tra di noi. Prendono due o tre ragazze carine. Quando le ragazze tornano sono in lacrime, sfinite e umiliate. I combattenti portano le ragazze ai loro emiri, che ne abusano sessualmente".

(continua a leggere su www.today.it)