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mercoledì 11 gennaio 2017

La rivoluzione delle donne in Rojava

Vincere il fascismo costruendo una società alternativa
di Dilar Dirik* Pubblicato Mercoledì, 11 Gennaio 2017 su dinamopress.it
Le vediamo spesso su Internet o sulle pagine dei giornali: le donne curde non stanno combattendo solo l'Isis sui monti del Rojava, stanno anche distruggendo il sistema patriarcale
La resistenza contro lo Stato Islamico a Kobane ha fatto conoscere al mondo la causa delle donne curde. Con la loro tipica miopia, i media non hanno preso in considerazione le radicali implicazioni del loro gesto, ovvero l’essere pronte ad abbracciare le armi in una società patriarcale, e per di più contro un gruppo che sistematicamente stupra e vende donne come schiave sessuali, anzi, persino riviste di moda si sono appropriate della lotta delle donne curde per i loro scopi sensazionalisti. Le combattenti più “attraenti” finiscono nelle interviste e nei servizi che ne fanno poi un’immagine esotica da toste amazzoni. La verità è che, per quanto possa essere affascinante – soprattutto in una prospettiva orientalista – scoprire una rivoluzione femminile tra i curdi, la mia generazione è cresciuta riconoscendo le donne combattenti come parte della nostra identità.

L’Unità di Difesa Popolare (curdo: Yekîneyên Parastina Gel, YPG) e l’Unità di Difesa delle Donne (curdo: Yekîneyên Parastina Jin, YPJ) di Rojava, regione a maggioranza curda nel nord della Siria, affrontano il cosiddetto “stato islamico” da due anni e stanno opponendo una strenua resistenza nella città di Kobane. All’incirca il 35 per cento dei combattenti, un numero stimato di 15.000, sono donne.
Fondata nel 2013 come un’armata delle donne indipendente, il YPJ dirige autonomamente operazioni e addestramenti. Ci sono centinaia di brigate femminili sparse nel Rojava. Quali sono le motivazioni politiche di queste donne? Perché Kobane non è caduta? La risposta si trova nella radicale rivoluzione sociale che accompagna i loro fucili di autodifesa.

Innanzitutto bisogna analizzare le implicazioni di stampo patriarcale, nella guerra e nel militarismo, per comprendere la natura della lotta delle donne contro l’ISIS e della sistematica guerra condotta dall’ISIS contro le donne.
Normalmente, in guerra, le donne vengono percepite come parti passive nei territori difesi dagli uomini, mentre al contempo il sistematico ricorso alla violenza sessuale è strumento di dominio e umiliazione del nemico.
Essere militante è “non-femminile” (un-womanly); scavalca le norme sociali e mina lo status quo. La guerra è vista come una questione maschile: suscitata, condotta e conclusa da uomini. Che “combattente” possa dunque essere anche donna, crea disagio generale.
Nonostante la tradizionale divisione di genere esemplifichi e idealizzi le donne come delle sante, la punizione è altrettanto feroce una volta che abbiano osato violare il ruolo prestabilito. Questo è il motivo per il quale tante donne combattenti, ovunque nel mondo, sono soggette a violenza sessualizzata in quanto combattenti in guerra o prigioniere politiche. Come molte femministe hanno indicato, lo stupro e la violenza sessuale hanno poco o nulla a che vedere con il desiderio sessuale, ma sono strumenti per dominare e imporre la propria volontà su un’altra. Nel caso delle donne militanti, il fine della violenza sessualizzata, fisica o verbale che sia, è di punirle per essere entrate in una sfera maschile.

Le militanti curde stanno combattendo contro lo stato turco (secondo esercito più grande della NATO e primo ministro che si appella alle donne chiedendo loro di partorire almeno tre figli), contro il regime iraniano (il quale disumanizza le donne apparentemente nel nome dell’Islam), contro il regime siriano (stupro sistematico come strategia di guerra) e contro i jihadisti, come quelli dell’ISIS. Inoltre, combattono anche contro il patriarcato, ancora insito nella stessa società curda. E ancora contro matrimoni precoci e forzati, violenza domestica, delitti d’onore e cultura dello stupro.

L’ISIS ha dichiarato una guerra alle donne con rapimenti, matrimoni forzati e schiavitù sessuale. Si tratta di una distruzione sistematica della donna, una forma specifica di violenza: femminicidio. La violenza sessuale è il castigo per le donne militanti che sono entrate in una sfera riservata agli uomini, al “genere privilegiato”. Per i membri dell’ISIS, che dichiarano “halal” (lecito) stuprare le donne nemiche e che si aspettano 72 vergini in paradiso come ricompensa per le loro atrocità, le donne militanti sono certamente un perfetto nemico…

Nonostante l’esplicita natura sessista della guerra e della violenza, in tutto il mondo le donne si schierano in prima fila nelle lotte per la libertà ma, una volta che la “liberazione” è raggiunta, vengono respinte, rimandate nei ruoli tradizionali in modo di ristabilire la “normale” vita civile; considerando ciò, cosa possiamo imparare sulla liberazione da un punto di vista radicale?

La repressione delle donne curde avviene su vari livelli, e questa esperienza ha maturato in loro la consapevolezza che le diverse forme di oppressione sono interconnesse tra loro. Da qui scaturisce l’ideologia che ora anima la resistenza nei tre cantoni del Rojava dichiarati autonomi nel gennaio del 2014, tra cui, appunto, Kobane. È una resistenza che trova risonanza con gente in lotta in tutto il mondo, che sente la causa come propria.

Qual è il credo politico dietro la resistenza delle donne curde?
Noi non vogliamo che il mondo ci conosca per le nostre pistole, ma per le nostre idee, dice Sozda, una comandante del YPJ a Amude, indicando le immagini che tappezzano la loro stanza in comune: guerriglieri del PKK e Abdullah Öcalan, il rappresentante ideologico del movimento, attualmente in prigione.
“Non siamo soltanto donne che combattono l’ISIS. Noi lottiamo per cambiare la mentalità della società e mostrare al mondo di cosa siano capaci le donne Per quanto il PKK e l’amministrazione del Rojava non siano esplicitamente legati, condividono gli stessi principi politici.

Il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), fondato nel 1978, ha iniziato una guerriglia contro lo stato turco nel 1984. Inizialmente puntava all’indipendenza del Kurdistan, ma sorpassò ben presto i concetti di stato e nazionalismo, criticati in quanto oppressivi ed egemonici. Ora propugna un progetto di liberazione sotto forma di democrazia – inclusiva, femminista e radicale – e di autonomia regionale: “confederalismo democratico” ( parità dei generi, ecologia ) e democrazia diretta per tutti i gruppi ( etnici, linguistici, culturali e religiosi ).
Abdullah Öcalan afferma esplicitamente che il patriarcato, insieme al capitalismo e allo Stato, sono alla base di oppressione, dominazione e potere: L’uomo è un sistema. Il maschile è diventato Stato e lo ha trasformato in cultura dominante. L’oppressione di classe di genere si sviluppano insieme. La mascolinità ha generato il genere dominante, la classe dominante, e lo stato dominante.
Si ribadisce il bisogno di una lotta femminista autonoma e cosciente: la libertà della donna non può essere assunta una volta che una società ha ottenuto generale libertà ed eguaglianza.” 

I quadri del PKK frequentano seminari contro il patriarcato e a sostegno dell’uguaglianza di genere, in modo di cambiare il senso di privilegio e diritto naturale dell’uomo sulla donna. Öcalan dimostra le connessioni tra differenti istituzioni di potere: Tutte le ideologie, di stato e di potere, derivano da comportamenti sessisti […]. Senza la schiavitù della donna nessun altro tipo di schiavitù può esistere, e nemmeno svilupparsi. Il capitalismo e lo stato-nazione non sono che il maschile dominante nella sua forma istituzionalizzata. Detto con franchezza: il capitalismo e lo stato nazione sono il monopolio del maschio dispotico e sfruttatore”. 
Anche il movimento delle donne produce indipendentemente teorie e critiche sofisticate, ma che, nel Medio Oriente, il leader di una lotta per la liberazione metta la liberazione femminile come misura critica della libertà stessa, è pressoché straordinario. Solo leggendo, capendo la posizione di questo movimento e le sue azioni corrispondenti, è possibile comprendere la mobilitazione di massa delle donne di Kobane. Questa posizione non è emersa dal nulla, ma nasce da una tradizione radicata con un determinato sistema di principi.

Il PKK ripartisce ogni posizione nell’amministrazione tra un uomo e una donna, dalle presidenze del partito ai consigli di quartiere, tramite il principio di co-presidenza (co-chair concept, lett. “seggio in comune”). Oltre al fornire ad entrambi lo stesso potere decisionale, il concetto di co-presidenza mira a decentralizzare il potere, prevenire il monopolismo, e promuovere la ricerca del consenso (consensus-finding).
Il movimento delle donne è organizzato autonomamente, socialmente, politicamente e militarmente. Mentre questi principi organizzativi cercano di garantire la rappresentanza femminile, la mobilitazione massiva sociale e politica mira alla coscienza della società in modo da interiorizzare i concetti appoggiati. Influenzate dalla linea femminista del PKK, la maggioranza delle donne nel parlamento turco e nelle amministrazioni municipali sono curde. Insieme al YPG/YPJ, unità del PKK realizzarono un corridoio umanitario per salvare i Yazida nelle montagne del Jebel Sinjār (Nord-Iraq) ad agosto. Alcune donne del PKK morirono difendendo la cittadina di Makhmour, nel Kurdistan iraqeno, a fianco dei compagni uomini. Ispirati da questi principi, i cantoni del Rojava hanno rinforzato i meccanismi di copresidenze e quote, hanno creato unità di difesa della donna, comuni femminili, accademie, tribunali e cooperative.
Il movimento delle donne Yekîtiya Star è organizzato autonomamente in tutti i settori, dalla difesa all’economia, fino alla sanità. Assemblee e consigli femminili coesistono con quelli popolari e hanno potere di veto sulle decisioni di quest’ultimi. 

La discriminazione basata sul genere viene fronteggiata dalle leggi. Uomini colpevoli di violenze contro le donne non sono supposti a far parte dell’amministrazione. Nel bel mezzo della guerra, uno dei primi atti del governo è stata la criminalizzazione di fenomeni come matrimoni forzati, violenza domestica, delitti d’onore, poligamia, matrimoni precoci e il “prezzo della sposa”. Molte donne non-curde, specialmente arabe e siriane, si sono unite ai ranghi militari e amministrativi del Rojava e vengono incoraggiate ad organizzarsi autonomamente.
In tutti i settori, incluse le forze di sicurezza interna, la parità dei sessi è parte centrale dell’educazione e dell’addestramento. Mentre alcuni editorialisti affermano arrogantemente che le donne di Kobane lottano “per valori occidentali”, le accademie femminili in Rojava criticano la nozione delle donne occidentali più libere, e dell’occidente detentore di un monopolio dei valori come la parità dei sessi.

“Non c’è libertà individuale se l’intera società è schiavizzata”.
In seminari pubblici, le donne esprimono le proprie critiche alle scienze sociali e propongono vie di liberare il sapere dal potere. Eppure questa rivoluzione femminista popolare ed esplicita è completamente ignorata dai media mainstream.
La nostra lotta non è solo per la difesa della nostra terra, spiega una comandante del YPJ, Jiyan Afrin.
Noi in quanto donne facciamo parte di tutte le estrazioni sociali, indipendentemente se combattiamo l’ISIS o la discriminazione e violenza contro le donne. Stiamo cercando di mobilitare e di essere le autrici della nostra stessa liberazione”. 

Quale liberazione?
L’esperienza del movimento femminile curdo illustra che per una rivoluzione sociale significativa i concetti di liberazione devono essere sciolti dai parametri dello status quo. Per esempio, il nazionalismo è un concetto patriarcale. Le sue premesse limitano le lotte per la giustizia. Similarmente, l’idea di uno stato-nazione perpetua il sistema egemonico, oppressivo e dominante. Piuttosto che sottoscrivere questi concetti, la liberazione dovrebbe essere vista come una lotta senza fine, il tentativo di costruire una società etica, solidarietà tra le comunità e giustizia sociale.
Dunque, piuttosto che essere una questione basata sui diritti che carica il peso sulle donne, la liberazione e l’uguaglianza dei generi dovrebbe diventare una questione di responsabilità di tutta la società, perché misurano l’etica e la libertà della società stessa.
Per una lotta radicale e rivoluzionaria, la liberazione della donna deve essere nel processo sia obiettivo intrinseco, sia metodo attivo. La partecipazione politica deve andare oltre al voto e ai diritti e deve venir radicalmente reclamata dalle persone.

In un'era nella quale grandi statiste alimentano guerre ingiuste in paesi del terzo mondo pretendendo di “salvare le povere donne oppresse” , insieme a gruppi razzisti e maschilisti che credono di contribuire alla causa femminile nel medio oriente tramite azioni sensazionaliste egocentriche che loro considerano radicali, e nella quale l’estremo individualismo e consumismo sono propagati come emancipazione, le combattenti di Kobane hanno contribuito a ri-articolare il femminismo radicale rifiutandosi di attenersi alle premesse dell’ordine costituito da stato-nazioni capitalisti e patriarcali, reclamando l'autodifesa legittima, dissociandosi dal monopolio di potere dallo stato, e combattendo una forza brutale non per conto degli imperialisti, ma per una liberazione nella quale loro stesse stabiliscono i termini.
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Da Kobane, la combattente YPJ Amara Cudî mi racconta via internet: Una volta ancora, nuovamente, i curdi sono apparsi sul palcoscenico della Storia. Ma questa volta con un sistema di autogoverno e autodifesa, specialmente per le donne, che ora, dopo millenni, scrivono loro stesse la loro storia per la prima volta. La nostra filosofia ha reso noi donne coscienti che possiamo vivere solo resistendo. Se non possiamo difendere e liberare noi stesse, non possiamo difendere o liberare altri. La nostra rivoluzione va oltre questa guerra. Per riuscire, è vitale sapere per cosa stiamo lottando”.

Senza questo impegno collettivo per scuotere la coscienza della società, per trasformare i senzavoce in attori politici, Kobane non sarebbe stata capace di resistere per così tanto. Questo perché la mobilitazione politica e ideologica della popolazione di Rojava sono imprescindibili dalle vittorie contro l’ISIS: una rivoluzione genuina deve prima sfidare la mentalità di una società. Perciò, la lotta delle donne contro l’ISIS non è solo militare, ma anche esistenziale. Esse non resistono solo contro la misoginia dell’ISIS, ma anche contro la cultura dello stupro e del patriarcato nella loro stessa comunità. Dopotutto, l’ISIS cavalca sopra il concetto di “onore” nella regione, costruito intorno ai corpi e alla sessualità delle donne. Per questo, un grande striscione nel centro di Qamishlo dichiara: “Noi sconfiggeremo gli attacchi dell’ISIS garantendo la libertà delle donne nel medio oriente.” Uno non deve simpatizzare con il PKK, ma non può nemmeno sostenere la resistenza a Kobane negando il pensiero che la alimenta, per poi esprimere solidarietà alle donne coraggiose che combattono l’ISIS. Non puoi scrivere l’epos delle donne di Kobane senza aver letto la vita di Sakine Cansiz, cofondatrice del PKK, che aveva guidato un‘insurrezione in un carcere turco e aveva sputato in faccia al suo torturatore. È stata assassinata insieme Fidan Dogan e Leyla Saylemez il 9 gennaio 2013 a Parigi. Donne come lei hanno aperto la strada alla lotta contro lo stato islamico – donne che erano state, prima dell’ascesa dell’ISIS, etichettate come prostitute, terroriste, streghe irrazionali e confuse, crudeli, perché combattevano lo stato turco, membro della NATO.
Oggi, le donne di Rojava decorano le loro stanze con foto delle loro compagne Sakine, Fidan, e Leyla.

La de-politicizazzione della lotta a Kobane priva i combattenti del senso del loro operato estrae la mobilitazione collettiva dal contesto – questo per interesse della coalizione, che consiste di stati che non solo avevano ignorato e marginalizzato la resistenza di Rojava all’ISIS per due anni, ma anche rifornito di armi gli stessi individui che poi avrebbero formato questo sanguinario gruppo.
Solidarietà con le donne di Kobane vuol dire anche interessarsi alle loro politiche. Vuol dire sfidare l’ONU, la NATO, le guerre ingiuste, il patriarcato, il capitalismo, la religione politica, il commercio mondiale di armi, il nazionalismo, il settarismo, il paradigma dello stato, la distruzione ambientale – i pilastri di un sistema che ha scatenato l’inizio di questa situazione.
Non permettete che coloro che hanno proiettato ombre buie, violente sul Medio Oriente e che causarono l’ascesa dell’ISIS, pretendino ora di essere i “buoni”. Sostenere le donne di Kobane vuol dire alzarsi in piedi e diffondere la rivoluzione.

* Pubblicato sul blog di Dilar DirikTraduzione a cura di Eugenia, da abbattoimuri

sabato 6 agosto 2016

Casa delle donne di Kobane

molto di più di un centro antiviolenza

Un progetto di Ponte Donna, finanziato anche dall'Otto per mille valdese

Sta per cominciare la ricostruzione della Casa delle donne a Kobane, spazio di condivisione e solidarietà, distrutta dai miliziani di Daesh durante l'occupazione della città siriana. Il progetto di ricostruzione del luogo di scambio ed empowerment femminile è stato ideato dall'associazione romana Ponte Donna ed è stato finanziato anche dall'Otto per mille della Chiesa valdese: «siamo partite con un utopia, siamo tornate con un progetto concreto», racconta Carla Centioni, presidente dell'associazione.

Perché Kobane?
«Ponte Donna si occupa di donne e nello specifico di violenza, ha gestito dei centri e l'attenzione alle tematiche femminili è centrale nella sua attività. In questo contesto, quando c'è stata l'occupazione di Kobane da parte di Daesh e si sono formate le prime staffette di solidarietà, noi abbiamo voluto realizzarne una di donne, nel febbraio del 2015. In quell'occasione siamo andate a Kobane con l'idea di avviare uno scambio di pratiche con le donne a proposito della Casa delle donne prima che fosse distrutta dai militanti di Daesh.
Sono partita con un'idea molto occidentale di cosa sono i centri anti violenza in Rojava, ma mi sono dovuta ricredere, perché lì hanno un livello di evoluzione maggiore rispetto a noi.
La casa delle donne di Kobane rappresenta il luogo dell'incontro delle diverse culture e religioni, un luogo della solidarietà con un senso molto più ampio rispetto ai nostri modelli in Italia, uno spazio di formazione e di ricerca volto alla consapevolezza delle donne curde, che ha trent'anni di evoluzione.
Loro hanno dovuto fare un lavoro villaggio per villaggio, partendo dalle esigenze delle donne locali: la critica che hanno fatto a noi durante lo scambio, per esempio, è che il nostro femminismo è molto teorico.
Loro sono partite dal basso su necessità impellenti, come capire perché nel villaggio accanto le ragazze si suicidavano, per poi intervenire. Lavorano su tematiche pratiche e fanno un lavoro di ricerca storica partendo da dove è sorto il patriarcato nella loro società».

Le immagini delle donne curde col fucile ci hanno fatto immaginare un'emancipazione che ripartiva dalla consapevolezza e dall'azione: ma c'è molto di più oltre a questo.
«Sì, c'è molto di più. L'immagine che abbiamo visto è una delle motivazioni che mi hanno spinto ad andare a Kobane: un'immagine riduttiva, strumentale e occidentale. Il corpo delle donne curde qui in occidente veniva dipinto come “le donne con kalashnikov”, ma loro hanno una consapevolezza molto più alta rispetto al fucile che portano addosso. Anche la nostra idea di ricostruire la Casa delle donne si è trasformata con l'incontro: si è fatta strada la possibilità di creare un luogo di incontro con tutte le donne del mondo, dove ognuna dal suo paese porti la propria pratica, le proprie idee e dove possa vivere quello che abbiamo vissuto noi, diventando dunque un'accademia, un luogo ancora più forte di ricerca e formazione».

Cosa prevede il progetto edile della casa?
«Siamo partite con un’utopia, siamo tornate con un progetto concreto. Abbiamo lavorato insieme a volontari che ci hanno creduto, mentre con degli ingegneri ci siamo procurate delle foto satellitari per realizzare un computo metrico, cercato i materiali per la costruzione per poi immaginare come edificare la casa: uno stabile di tre piani, con una foresteria all'ultimo per l'accoglienza di uomini e donne da tutto il mondo, perché questo luogo diventi una testimonianza di una liberazione possibile».

Con quali altre associazioni avete collaborato?
«Come partner del progetto abbiamo il Koerdisch Instituut di Bruxelles, che si occupa di cultura curda, Uiki Onlus che si occupa dei contatti politici e Lucha Y Siesta, un centro antiviolenza di Roma. Costruire la casa sarà possibile anche grazie al finanziamento dell'Otto per mille della Chiesa valdese».

Come avete incontrato questa chiesa?
«Sono gli unici che hanno creduto in questo progetto. Il moderatore della Tavola valdese ha apprezzato l'idea ma ci ha chiesto molta concretezza, che siamo riuscite a realizzare solo dopo un anno. Volevo che il progetto fosse molto credibile e realistico, e ha funzionato».
Fonte: riforma

lunedì 6 aprile 2015

La storia sconosciuta della lotta delle donne curde

La storia sconosciuta della lotta delle donne curde


La guerra in Medio Oriente contro lo Stato islamico d’Iraq e di Levante (ISIL) ha attratto l’attenzione del mondo intero sulla regione. L’attenzione si concentra in particolare sulle donne combattenti curde che hanno anche abbellito la copertina di riviste femminili, come Marie Claire. Questa esplosione di copertura mediatica non è solo sensazionalista ma sottovaluta anche tutta una storia di donne curde nella loro richiesta di riconoscimento politico e per la loro lotta per l’uguaglianza di genere.

In realtà, i cantoni autonomi curdi in Siria sono  governati da donne. Hevi İbrahim è il primo ministro di uno dei cantoni (Afrin), Asya Abdullah è la co-presidente del Partito dell’unione democratica (PYD) che governa la regione del Rojava, Ramziya Mohammed è il ministro delle finanze di un altro cantone.
C’è anche una truppa militare femminile (Forze di difesa delle donne,YPJ) attiva sul campo in Siria occidentale. Nel frattempo, nel paese vicino la Turchia, i partiti politici curdi BDP e HDP hanno presentato candidati donne alle elezioni amministrative in numero record, ed entrambi adottano un sistema di co-presidenza (un maschio-una femmina per ogni posizione dominante nel partito).

Come è potuto succedere, soprattutto in Turchia, dove le donne in generale sono oppresse e le donne curde specificatamente sono più oppresse rispetto alle loro omologhe turche? La risposta a questa domanda si trova nella storia della fondazione della repubblica turca. Con l’obbiettivo di costruire uno stato-nazione, le élite fondatrici mirano a costruire una nazione unificata attorno una sola lingua, etnia (turca), cultura e memoria collettiva. Fin dalla sua fondazione nel 1923, l’esistenza dei curdi era costantemente negata.

Verso la metà degli anni 1920, le misure coercitive del governo hanno iniziato ad aumentare. Parlare curdo è stato vietato e pratiche giuridiche sono seguite da quelle militari. Nel 1930, con l’ascesa del fascismo in Europa, i governi turchi hanno ostentato anche i sentimenti nazionalisti in un sistema a partito unico. Pratiche oppressive e politiche di assimilazione sono aumentate nella misura in cui vi è stata una politica di ‘turchizzazione‘ in ogni aspetto della vita; dalla formazione alla cultura e anche nell’economia. Lo stato turco ha quindi avviato una lotta contro tutti coloro che non si identificavano come un turco. Questa pratica è arrivata fino a svuotamento dei villaggi curdi per riempirli con popolazioni di lingua turca e cambiando i nomi curdi  dei villaggi con quelli turchi.

Il colpo di stato militare del 1980 fu l’apice di queste politiche, dove i curdi e le loro richieste di nuova espressione di identità sono state duramente oppresse dalla giunta militare, ed alcuni politici curdi sono stati costretti a fuggire dalla Turchia.
Le oppressioni e persecuzioni,come l’incarcerazione di leader politici curdi e la loro tortura,il traffico di uomini d’affari curdi o le irrisolte esecuzioni extragiudiziali di avvocati curdi e difensori dei diritti umani sono aumentati nei primi anni 1990.
 La Costituzione del 1982,che aveva vietato l’uso della lingua curda nella vita quotidiana è stata l’ultima goccia e come risposta gli attacchi del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) sono aumentati enormemente durante la seconda metà del 1980 e la prima metà degli anni ’90.

Modernità stato-centrica in crisi
Gli anni successivi al colpo di stato militare del 1980 sono stati quelli in cui il progetto della modernità turca con la sua versione stato-centrica della  modernità turca ha cominciato ad affrontare una grave crisi.
Dall’inizio degli anni 1990,la Corte costituzionale turca ha chiuso i partiti politici curdi [1] .I curdi non potevano partecipare al sistema politico a causa della soppressione inesorabile dello stato turco e le politiche dell’identità sono divenute un movimento di spinta al di fuori del sistema che ha portato alla violenza politica. Ogni volta che la questione curda è stata menzionata nel dibattito dello stato turco, si è espressa in termini di politiche reazionarie, resistenza tribale o arretratezza regionale, ma non è mai stata sollevata come questione etnico-politica.
Così, dalla fondazione della repubblica turca fino al 1980,la questione curda non è rimasta come un problema di rivendicazione e di riconoscimento d’identità, ma come un problema regionale di arretratezza, la cui soluzione poteva essere solo l’assimilazione della questione curda nel discorso della modernità politica considerata dallo Stato come unità tra lo Stato e la sua gente. Non sarebbe corretto,quindi,affermare che l’emergere della questione curda come un problema del riconoscimento dell’identità politica dei curdi e delle rivendicazioni etniche ha luogo alla fine del 1980 e all’inizio del 1990.

Le politiche di modernizzazione della repubblica turca,come molti altri progetti di modernizzazione,hanno identificato le donne come “il trasmettitore del patrimonio culturale” e ha dato loro il compito di portare avanti tradizioni patriarcali e di creare un’identità attorno alla quale una nazione possa convergere. Il posizionamento della donna moderna turca come madre emancipata è stato un passo importante per tagliare i legami tra la società ottomana e la società turca, come se questo potesse mai essere fatto. Le donne, soprattutto delle grandi e simboliche città occidentali come Istanbul, Ankara e Smirne sono state messe in primo piano a posare come volto moderno della repubblica,adattandosi rapidamente ai cambiamenti introdotti con le rivoluzioni kemaliste, come ad esempio l’adozione del nuovo alfabeto latino e il codice occidentale di abbigliamento. La partecipazione delle donne alla vita politica, in particolare con la legge del 1934 che ha autorizzato il diritto di elezione e di voto per le donne, ha applicato questo modello di ‘moderna società’.
Eppure, per una serie di motivi, gli stessi privilegi non sono stati applicati alle donne curde. In primo luogo, le politiche di sviluppo della giovane repubblica non erano ancora state introdotte nelle regioni curde. Mentre sia le politiche di sviluppo e la natura patriarcale della società sono state condivise allo stesso modo da curdi e turchi, anche se non nelle stesse proporzioni, lo strumento più importante che le donne disabili curdi modernizzare il modo in cui lo Stato turco previsto era la barriera linguistica.

Le  donne curde  incapaci di parlare turco nella sfera pubblica,non potevano partecipare al ”mondo moderno”, dove non avrebbero potuto trovare un lavoro,né diventare membri di un’associazione.
Poichè la scuola primaria obbligatoria è in turco, dal punto di vista curdo, questo significava che parlare curdo a casa ma essere addestrati in turco a scuola ha avuto gli effetti di ostacolare  lo sviluppo cognitivo dei bambini curdi  e di diminuire le loro possibilità di muoversi nei ranghi più alti della società.
Le donne curde che hanno imparato tardi il turco a scuola non hanno potuto esprimersi correttamente, e non potevano partecipare alla vita sociale ed economica. si potrebbe parlare di teoria del capitale linguistico di Bourdieu. Bourdieu afferma che, “la capacità di parlare la lingua dominante di un paese è una risorsa che può essere utile per accedere alle gratifiche e alle posizioni desiderabili del paese”[2] .Dunque,le donne che non parlano turco sono state impiegati nell’economia meno formale, i loro mariti avevano livelli di istruzione  e le occupazioni più basse,e avevano redditi familiari bassi.

Sotto la forte pressione delle politiche turche di omogeneizzazione e di negazione culturali ed etniche,soprattutto dopo il colpo di stato del 1980,  donne curde hanno non solo iniziato a rivendicare la propria identità curda,ma hanno anche sviluppato una coscienza femminista in risposta alle attitudini maschiliste degli uomini curdi all’interno della loro lotta nazionale. In questo periodo, le violazioni dei diritti umani da parte dello stato, l’evacuazione sistemica dei villaggi curdi,le torture e le esecuzioni extragiudiziali di centinaia di politici, attivisti, giornalisti, avvocati e intellettuali curdi erano all’apice.In queste circostanze,le donne curde sono state politicizzate.
Non solo più donne si sono unite al PKK in questo periodo, ma sono diventate anche più attive nel movimento attraverso diverse iniziative quali le Madri del sabato e  le Pace Mothers [3] – portando all’attenzione del pubblico le esecuzioni extragiudiziali nella regione ed esigendo la pace.Va sottolineato che è stato in risposta alle politiche oppressive della repubblica turca che le donne curde hanno imparato ad alzare la voce, a fare rivendicazioni sociali e politiche formulando richieste per poter essere all’avanguardia della loro società, e hanno scoperto la loro forza attraverso la loro politicizzazione.

Abdullah Öcalan e il Pajk
Qui è anche importante vedere come il PKK, ed in particolare il discorso del suo leader, Abdullah Ocalan hanno contribuito all’emancipazione delle donne e all’emancipazione del movimento curdo. Fin dagli inizi del Pkk, Ocalan ha sostenuto le donne come i fondatrici della nazione. Era nel 1987 che  venne fondata l’Unione delle donne patriottiche del Kurdistan (Yekitiya Jinen Welatparezen Kurdistan, YJWK) come parte del partito politico.Nel 1995 è stato fondato il braccio militare composto esclusivamente da combattenti femminili – le truppe delle donne libere del Kurdistan (Yekitiya Jinen Azad a Kurdistan, YJAK).
Una spiegazione per la fondazione di queste truppe è la rivendicazione delle donne curde ad essere viste alla pari con gli uomini all’interno del movimento. Attraverso il sacrificio di sè con attentati suicidi o auto-immolazioni, le donne curde nel PKK hanno cercato di dimostrare la loro forza e la loro volontà di partecipare alla loro lotta nazionale ottenendo la parità con gli uomini nella società curda attraverso il PKK e nella sua militanza.
Poi, nel 1999 all’interno del PKK,è stato fondato il Partito dei Lavoratori del Kurdistan donne, poi chiamato PJKK, ma ora denominato Partito delle donne libere del Kurdistan, Pajk. Dal 2000 è attiva nel kurdistan iracheno l’Accademia delle donne libere che offre corsi di formazione per militanti femminili e maschili  per migliorare le loro competenze politiche e militari da una prospettiva femminista.

In aggiunta a questi meccanismi istituzionali creati all’interno del partito sono state portate le pratiche nei campi della condivisione dei lavori domestici. Ocalan ha scelto di rendere le donne curde parte importante del movimento di liberazione, della resistenza curda e “del risveglio” nazionale. Questo è apertamente espresso nelle pubblicazioni del PKK in cui,  si dice di Ocalan, che ”ha iniziato questo risveglio con l’anello più importante della catena, la donna, dal momento che è il primo a produrre e creare. Questo è il motivo per cui il suo risveglio (…) indica l’alba di una nuova era. Il risveglio della donna in Mesopotamia significa che il popolo si risveglia e assume il controllo “.

Non è stato solo un discorso di Ocalan che ha portato alla politicizzazione delle donne curde. Le donne che portavano il peso del sottosviluppo, che avevano sofferto per i membri morti della famiglia, come i mariti, figli o gli amanti, hanno dovuto fare tutto il lavoro di cura per le famiglie allargate e hanno trovato che l’unico modo per migliorare la loro situazione era di prendere nelle loro mani e “lotta” per la pace. Le politiche di omogeneizzazione e di assimilazione dello stato turco ha dato più modo di emancipazione e responsabilizzazione delle donne su una scala senza precedenti. Molte donne sono diventate  attiviste dopo aver vissuto grandi perdite e aver perso i propri cari o subito dopo andare loro stesse in galera.
Kara_Fatma

 Kara Fatma, 1919. Wikicommons/unknown.Some rights reserved.

Come abbiamo visto, la storia della lotta delle donne curde non è un fenomeno recente. L’ultima generazione di donne curde è cresciuta riconoscendo le donne combattenti come un elemento naturale dell’identità curda. Ma prima di quello, alla fine del XIX secolo, c’era Kara Fatma, una donna curda che ha guidato un battaglione di circa 700 uomini dell’Impero Ottomano, e Halima Khanim di Hakkari che era il governatore di Bash Kala o Adela Khanim, governatore di Halabja vicino al confine turco-iraniano.
Leyla Qasim è diventata la prima donna ad essere giustiziata dal partito Baath iracheno per il suo coinvolgimento nel movimento studentesco curdo, quando aveva solo 22 anni. Oggi quasi la metà dei ranghi del PKK sono costituiti da donne. La rivoluzione del Rojava è conosciuta come una “rivoluzione femminile”. Oggi c’è un forte movimento delle donne tra i curdi,e questa è l’eredità di decenni di resistenza delle donne curde in ogni aspetto della vita,al fine di difendere non solo la loro identità e loro diritti, ma anche la loro uguaglianza e la femminilità.


di Maya Arakon per Open Democracy
https://www.opendemocracy.net/maya-arakon/kurdish-women%E2%80%99s-unknown-history-of-struggle

martedì 23 dicembre 2014

Le schiave dell'ISI

 di Magdi Cristiano Allam

Buongiorno amici!
Com'è possibile che non ci scandalizziamo più di tanto alla notizia che i terroristi dello Stato islamico hanno sentenziato che è lecito fare sesso con le bambine non musulmane fatte schiave, così come possono essere acquistate, vendute o cedute in dono ad altri?
Lo hanno stabilito in un documento ufficiale dal titolo "Domande e risposte sulle donne schiave".


I terroristi dello Stato islamico si basano su quanto fece Maometto e quanto è prescritto nel Corano.
Maometto sposò una bambina di 6 anni, Aisha, e consumò il matrimonio quando aveva 9 anni. Aisha, che divenne la moglie prediletta, era la figlia del suo miglior amico, Abu Bakr, che divenne il suo primo successore o Califfo alla sua morte nel 632.
Nel Corano si legittima il rapporto sessuale con le donne schiave:
"(Vi sono vietate) tra tutte le donne, quelle maritate, a meno che non siano vostre schiave". (IV, 24)
"E chi di voi non avesse i mezzi per sposare donne credenti libere, scelga moglie tra le schiave nubili e credenti" (IV,25)

Nel testo dei terroristi dello Stato islamico si afferma che è consentito catturare donne "non credenti" e che "le donne schiave sono donne che i musulmani prendono dai loro nemici".
Gran parte del documento è dedicata alle pratiche sessuali con le schiave, giustificate dal Corano: "Se è vergine, il proprietario può avere un rapporto con lei una volta accertata la sua piena proprietà - spiega il documento - se non è vergine, il suo utero deve essere purificato (attendere le mestruazioni per essere certi che non sia incinta)".

Dove sono le organizzazioni per i diritti umani? Che fine hanno fatto le femministe? Perché non protestano i governi dell'Occidente che è la culla dei diritti dell'uomo? E la Chiesa e il Papa su questo non dicono nulla? E i musulmani moderati fanno finta di niente? 

È ora di dire basta ai terroristi islamici che decapitano, riducono in schiavitù i non musulmani, praticano la pedofilia!

È ora di dire basta all'islam che legittima la schiavitù, la poligamia, la sottomissione e il maltrattamento della donna, il matrimonio combinato e la pedofilia!

venerdì 10 ottobre 2014

Io sono una donna. Io sono curda.

di The Middle Eastern Feminist

Io sono una donna. Io sono un curda. E da quando sono entrata in questo mondo, questa è la seconda volta che la mia famiglia e il mio popolo stanno vivendo un genocidio e un massacro. E questa è la storia della nostra vita.

Questa è la seconda volta in 23 anni, che a causa della minaccia di un genocidio, c'è stato un esodo di massa del mio popolo ai confini di uno stato ostile, e purtropo solo per essere sparato e picchiato perché ha cercato rifugio da un male maggiore.

Questa è la seconda volta, in 23 anni, che le nostre ragazze sono state portate via, cancellate dalla storia; restano solo nella memoria di chi le amava. Le hanno lasciate per sempre sprofondare nei pozzi dell'oscurità del male insito nei cuori di alcuni uomini che hanno sfogao su di loro. Loro vite, le speranze, l'amore che portavano nei loro giovani cuori soffia via nel vento come le pagine appena scritte nei libri più rari; e sicuramente ognuno di loro era raro e prezioso come il prossimo.

C'è una certa bellezza nella natura fugace della vita. Il senso della vita è nella natura delle nostre esperienze e nelle cose che ci insegnano queste esperienze. Alcuni di noi passare attraverso la vita non sapendo mai cosa sia meglio, senza mai mettere in discussione la vita o il nostro valore o posto nello schema delle cose. Sappiamo con certezza che la ruota del tempo gira una vita di gioia e immenso privilegio. Sappiamo che solo le cose buone vengono da noi domani, e poniamo noi stessi a dormire ogni notte sapendo della certezza di una vita beata.

E poi ci sono altri che portano un carico così pesante che il peso del loro dolore è abbastanza grande per rompere una persona, come se ci passasse un milione di volte sopra. E penso dell'anziana donna Yazidi che non aveva lasciato nessuno, ma un figlio che ha generato con le lacrime della sua solitudine; solo per lui per essersi perso disattento in decine di massacri dell'ISIL. Come se la sua vita non valeva la pena, ogni dolore nelle ossa di questa madre, il cui pianto senza speranza dovrebbe far vergogna a mille uomini - se vivessimo in un mondo migliore. Credo che la forza della sua disperazione sia lo scoppio in lacrime per il suo cuore spezzato, e mi chiedo, con il mio cuore sanguinante, "come può perseverare lei?". E penso al ragazzo di cinque anni che portò sua sorella di 18 mesi  attraverso miglia, nel calore estremo, senza acqua o cibo con i suoi piccoli piedi, così che egli poteva sfuggire da uomini adulti, quale significato poteva dare, quale, che non poteva scandagliare la sua mente innocente; e penso che un bambino non dovrebbe mai vivere un terrore del genere - ma mi sono ricordata solo della mia infanzia, e mi rendo conto che il mio cuore è in torsione perché egli mi ricorda mio fratello e come siamo cresciuti in guerra, nei campi profughi, a sfuggire ad un altro genocidio, un altro massacro, fame e povertà e so che la realtà è diversa. E ancora, penso che delle ragazze Yazidi, rinomate per la loro bellezza, essendo portate via per il piacere degli uomini che, sicuramente se l'inferno esistesse, meritano il posto migliore. Penso che la madre di cui sei figlia e la nuova sposa fosse stata portata via da questo stesso male e faccio fatica a capire; e sicuramente, "come possiamo chiedere loro di sopportare tale dolore?"

E ancora, oggi è Eid - Festival di sacrifici. E oggi mio popolo dovevano essere sacrificati da ISIL come regalo al loro popolo. E oggi è il giorno 19 dell'assedio di Kobane. 19 giorni, in cui nessun supporto, cibo, aiuti e rifornimenti sono entrati Kobane alle forze YPG e YPJ semplicemente perché essi sono curdi e senza fissa dimora, e perché hanno il coraggio di chiedere per la stessa ragione che così tante persone devono godere ogni singolo giorno. E, ancora, contro ogni previsione, essi perseverano; perché i loro cuori coraggiosi spero che un giorno lasceranno questo mondo un po' meglio di quando sono entrati. Uno mondo in cui le ragazze di Yazidi sono al sicuro e i bambini sono al sicuro e nel quale la lingua curda delle  madri non debba celebrare il giorno di Eid nei cimiteri dei loro figli e figlie.
Abbiamo perso una nazione e siamo senza fissa dimora. Ma ancora, perseveriamo.
Noi perseveriamo malgrado le nostre lacrime. Perseveriamo, perché si deve. 

e ora, l'appello di The Middle Eastern Feminist

"Amici, sto affrontando un'altra protesta oggi per contribuire a sensibilizzare l'opinione pubblica circa Kobane. Noi stiamo tenendo anche uno sciopero della fame, a cui sto partecipando, per guadagnare l'attenzione tanto come possiamo. La protesta e lo sciopero della fame, 2 eventi, dunque è possibile che io non possa essere più così tanto regolare negli aggiornamenti su questa pagina.

È essenziale alzarsi e parlare contro il terrore che è l'ISIL. Se mai ci fosse un tempo per parlare, questo è ora!
L'ISIL non ha pietà verso il giovane o vecchio, maschio o femmina. Esso non mostra pietà per gli innocenti. Stupra, uccide e massacra brutalmente. Si prega di sostenere coloro che frequentano tali proteste, parlando dell'orrore dell'ISIL e questa azione potrà non compromettere i diritti delle vittime di essere ascoltati!

Ogni giorno migliaia di curdi e i sostenitori di Kobane scendono per le strade. Quando parlano stanno parlando per tutti noi! Quando manifestano e si rendono  visibili lo fanno per tutti noi! Quelli che protestano sono in piedi per l'umanità e un mondo civilizzato dove stupri, omicidi e saccheggi sono universalmente atti ripugnante, indipendentemente dalle circostanze.

Oggi, come donna e come una femminista mi alzo per i bambini, per le bambine, per le giovani madri e per le donne anziane che non hanno mai avuto una scelta con l'ISIL.
Dobbiamo parlare!
Non ci deve mai essere silenzio per l'orrore che l'ISIL infligge all'umanità!
Se vogliamo un unico mondo migliore, ognuno di noi deve agire! DEVE parlare! E deve alzarsi oggi!"

Tanto amore TMEF

domenica 5 ottobre 2014

Conferenza 11/10/2014: Donne curde in Irak, Siria, Europa

PRATICARE LA LIBERTÀ CONTRO LA GUERRA SENZA FINE
DEL SISTEMA PATRIARCALE: DONNE CURDE IN IRAK, SIRIA, EUROPA
 
PRATICARE LA LIBERTA' CONTRO LA GUERRA SENZA FINE DEL SISTEMA PATRIARCALE: DONNE CURDE IN IRAK, SIRIA, EUROPA
Sabato 11 Ottobre dalle 9:30 Convegno

In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava.

Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei 
secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità.
Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili.

Anche in questa guerra, l'uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”. Un vero e proprio femminicidio di massa.

Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee: il 23 novembre 2011 a Parigi, il 3 dicembre 2011 a 
Stoccolma, il 14 gennaio 2012 a Londra e l'11 febbraio 2012 a Ultrecht. In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a 
Ginevra, alle Nazioni Unite.

La conferenza che si terrà a Roma l’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, 
calandolo nella dimensione del conflitto in atto.

A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a 
Ginevra, l'ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici.

Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la -Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia.

La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto.

Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale. 

Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani. L’iniziativa si terrà il giorno 11 ottobre 2014 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, in 
via della Lungara n. 19, Aula Lonzi, piano 1, dalle 9,30 alle 18.


In tutto il mondo rimbalzano le notizie relative agli attacchi dell’ISIS nel Sud del Kurdistan e nei territori di Rojava.
Si tratta di una violenza sistematica di matrice terroristica che colpisce indiscriminatamente la popolazione, ed in particolare è rivolta nei confronti dei curdi yezidi, una popolazione che già nei secoli ha subito persecuzioni e lutti in grande quantità.

Quello in atto nei confronti degli yezidi, dopo l’eccidio di Şengal, non può che essere definito un genocidio, che ad oggi conta più di 20mila vittime tra i civili.


Anche in questa guerra, l'uomo ha ordinato di attaccare prima e soprattutto le donne, barbaramente massacrate, indotte al suicidio, vendute da quella che è stata definita da alcuni analisti “la forza distruttiva del capitalismo”. Un vero e proprio femminicidio di massa.

Come Fondazione Internazionale delle Donne Libere abbiamo organizzato conferenze in materia di femminicidio in numerose capitali europee:
 il 23 novembre 2011 a Parigi,
 il 3 dicembre 2011 a Stoccolma,
 il 14 gennaio 2012 a Londra
 l'11 febbraio 2012 a Utrecht.

 In collaborazione con le avvocate dei Giuristi Democratici, abbiamo organizzato anche varie iniziative sul femminicidio a Ginevra, alle Nazioni Unite.

La conferenza che si terrà a Roma l’11 ottobre 2014, in continuità con quelle organizzate dalla Fondazione Internazionale delle Donne Libere negli anni precedenti, vuole parlare di femminicidio, calandolo nella dimensione del conflitto in atto.

A supportare la Fondazione Internazionale delle Donne Libere nell’organizzazione del convegno sono intervenute anche la rappresentanza del movimento delle donne curde, che ha sede a Ginevra, l'ufficio informazioni del Kurdistan UIKI ONLUS, e le avvocate dei Giuristi Democratici.

Hanno fornito il loro sostegno all’iniziativa anche la -Casa Internazionale delle Donne di Roma, che ospita il convegno, l’associazione Senza Confine, il Centro Ararat, l’associazione Donna Diritti e Giustizia.

La conferenza vuole creare una rete internazionale di informazione e cooperazione per azioni concrete di sostegno alle donne vittime di femminicidio nel conflitto ed alle donne protagoniste della resistenza nel conflitto. In particolare si vuole attivare la comunità internazionale per la liberazione delle donne rapite dall’ISIS e per fermare il femminicidio ed il genocidio in atto.

Fermare il femminicidio è possibile solo se si affronta il problema unite, a livello internazionale.
Per questo motivo, ci auspichiamo una grande partecipazione agli spazi di dibattito previsti in entrambe le sessioni del convegno da parte di tutte le associazioni e i gruppi che si occupano di violenza maschile sulle donne e di diritti umani.

L’iniziativa si terrà il giorno 11 ottobre 2014 presso la Casa Internazionale delle Donne di Roma, in via della Lungara n. 19, Aula Lonzi, piano 1, dalle 9,30 alle 18.

domenica 28 settembre 2014

Quelle guerriere peshmerga che fanno paura ai jihadisti

Gli islamisti rinunciano alla lotta perché temono di non andare in Paradiso se uccisi da una donna. In Siria 130 mila profughi curdi in fuga verso la Turchia.
 
Le prime guerriere curde risalgono addirittura ai tempi di Saladino
23/09/2014 - Maurizio Molinari corrispondente da Gerusalemme 
 
Tagliateste sanguinari, capaci di eccidi di massa e di trasformare bambini in kamikaze ma intimoriti dalla sola vista di una donna in divisa: a svelare un possibile tallone d’Achille dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis) sono i servizi d’intelligence americano e britannico che hanno rilevato una ricorrente anomalia nei movimenti delle unità fedeli al Califfo Al-Baghadadi.  
 
Ad alzare il velo sui contenuti dei rapporti militari è Ed Royce, presidente californiano della commissione Affari Internazionali della Camera dei Rappresentanti di Washington, facendo sapere che «i soldati di Isis sembrano credere che se vengono uccisi in battaglia da un uomo vanno in Paradiso accolti da 72 vergini mentre se a ucciderli è una donna la sorte è differente perché non trovano le vergini». È stata l’osservazione dei movimenti delle unità di Isis nel Nord della Siria e soprattutto dell’Iraq a portare a tale deduzione perché in più occasioni quando i jihadisti si sono trovati di fronte unità femminili di peshmerga curde hanno preferito evitare rischi.  
 
Le prime a notare tale anomalia nel comportamento di un nemico altrimenti spietato e apparentemente indomabile sono state proprio le donne-peshmerga, comunicando ai comandi di Erbil e Suleymania la «propria soddisfazione per essere riuscite a fermare l’avanzata di Isis» quasi senza colpo ferire. In alcuni casi, le combattenti curde hanno testimoniato di aver visto con i loro occhi «i combattenti di Isis voltare le spalle e andare via». Alla base di tali comportamenti vi sarebbero dei sermoni di imam salafiti fedeli ad Isis che avrebbero detto ai jihadisti di «non essere sicuri» sulla destinazione «in un Paradiso con 72 vergini» per «chi viene ucciso in combattimento dalle mani di una donna». 

Per Usa, Gran Bretagna e Francia, impegnate ad accelerare l’invio di armamenti pesanti ai curdi iracheni, si tratta di una notizia che può avere conseguenze tattiche, ovvero portare ad addestrare e dunque schierare un maggior numero di donne-peshmerga. Al momento i jihadisti del Califfo infatti premono sulle aree controllate dai curdi tanto in Iraq quanto in Siria, dove l’offensiva attorno alla città di Kobani ha portato nelle ultime 72 ore oltre 130 mila civili a cercare rifugio oltre il confine turco.  

Il reggimento femminile dei peshmerga è uno dei punti di forza della difesa del Kurdistan iracheno dal 1996, quando venne creato con appena 11 reclute dall’Unione patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani per sottolineare la volontà di integrare le donne nel nascituro Stato. Ora il reggimento conta quattro battaglioni, con un comandante per brigata e un corpo ufficiali fino al grado di colonnello. Lamiah Mohammed Qadir è uno dei comandanti più popolari, tiene le sue donne-soldato schierate nella provincia di Dyala e spiega così le mansioni svolte: «Siamo in prima linea a Daquq, Jalawla e Khanaqin, partecipiamo alle battaglie e contribuiamo anche a trasportare equipaggiamenti ai reggimenti di uomini»

Finora le donne-pershmerga non hanno subito vittime e Chelan Shakhwan, una delle veterane, descrive così la formazione all’arte del combattimento: «È un addestramento duro, con esercizi su armi, resistenza fisica e preparazione intellettuale». Il soldato Shaimaa Khalil spiega alla Bbc che «la nostra motivazione contro Isis è forte, vogliamo combattere per difendere il Kurdistan e anche difendere noi stesse perché da quanto visto a Mosul i jihadisti attaccano proprio noi donne». Non poche delle donne-pershmerga sono tiratori scelti ed hanno alle spalle la guerra del 2003 contro le truppe di Saddam. «Molte di noi hanno figli e mariti - aggiunge Shakhwan - ma sono felice di fare il mio dovere proteggendo il Kurdistan». D’altra parte le prime donne curde combattenti di cui si ha notizia risalgono al XII secolo quando fu il Saladino a volerle al suo fianco, apprezzandone dedizione e addestramento.