Visualizzazione post con etichetta Pianeta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pianeta. Mostra tutti i post

lunedì 16 gennaio 2017

8 marzo 2017: sciopero delle donne

SE LE NOSTRE VITE NON VALGONO, ALLORA CI FERMIAMO!
postato da NON UNA DI MENO Lunedì 16 gennaio 2017
 
L'8 marzo è una giornata di lotta, non un'occasione per locali, ristoranti e fiorai di far girare l'economia. Prende vita dagli scioperi delle operaie che dai primi del Novecento, in tutto il mondo, animarono le lotte per i loro diritti violati di persone e lavoratrici.
Ricordiamo il primo, quello delle camiciaie di New York nel 1909, poi lo sciopero e la rivolta delle operaie di Pietrogrado, l’8 marzo del 1917, perché senza donne non c'è rivoluzione possibile!
 
Niente fiori e cioccolatini, dunque: non abbiamo niente da festeggiare, abbiamo tutto da cambiare!
 
Dopo le straordinarie giornate di mobilitazione che hanno visto milioni di donne nelle piazze di tutto il mondo, dalla Polonia all'Italia, alla Germania, alla Turchia, dal Brasile all’Argentina, il prossimo 8 marzo sarà l'occasione per riprenderci questa giornata di lotta: sarà SCIOPERO GLOBALE DELLE DONNE.
 
Lanciato dalle donne argentine, ha raccolto l'adesione di oltre 22 paesi al grido di “Se le nostre vite non valgono, non produciamo”.
 
Differenti luoghi e contesti, analoga condizione di subalternità e violenza per le donne: NI UNA MENOS, allora, non una di meno in piazza, la chiamata rimbalza ai quattro angoli del pianeta: Uniamoci per continuare a lottare!
 
L’8 marzo sciopereremo anche in Italia. 
Una giornata in cui sperimentare/praticare forme di blocco della produzione e della riproduzione sociale, reinventando lo sciopero come vera e propria pratica femminista a partire dalle forme specifiche di violenza, discriminazione e sfruttamento che viviamo quotidianamente, 24 ore al giorno, in ogni ambito della vita, che sia pubblico o privato.
 
Constatiamo ogni giorno quanto la violenza sia fenomeno strutturale delle nostre società, strumento di controllo delle nostre vite e quanto condizioni ogni ambito della nostra esistenza: in famiglia, al lavoro, a scuola, negli ospedali, in tribunale, sui giornali, per la strada, ... per questo il prossimo 8 marzo ci asterremo da ogni attività produttiva e riproduttiva che ci riguardi.
Sarà uno sciopero in cui riaffermare la nostra forza a partire dalla nostra sottrazione: una giornata senza di noi.
Resteremo al sole delle piazze a goderci la primavera che arriva anche per noi a dispetto
- di chi ci uccide per “troppo amore”,
- di chi, quando siamo vittime di stupro, processa prima le donne e i loro comportamenti;
- di chi “esporta democrazia” in nostro nome e poi alza muri tra noi e la nostra libertà;
- di chi scrive leggi sui nostri corpi;
- di chi ci lascia morire di obiezione di coscienza;
- di chi ci ricatta con le dimissioni in bianco perché abbiamo figli o forse li avremo;
- di chi ci offre stipendi comunque più bassi di quelli degli uomini a parità di mansioni...
 
Dopo la grande manifestazione del 26 e l'assemblea partecipatissima del 27 novembre a Roma, ci riuniremo in un terzo appuntamento nazionale, il 4 e il 5 febbraio a Bologna, in cui riprenderemo la stesura del Piano femminista contro la violenza. Un piano scritto dal basso, dal vissuto delle donne, dall’esperienza dei centri antiviolenza femministi, dalle condizioni materiali e dalle necessità primarie per costruire concretamente percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Discuteremo delle forme e delle pratiche dello sciopero. Le forme tradizionali del lavoro e della lotta si combineranno con la trasformazione del lavoro contemporaneo - precario, intermittente, frammentato - e con il lavoro domestico e di cura, invisibile e quotidiano, ancora appannaggio quasi esclusivo delle donne, ancora sottopagato e gratuito. Sarà uno sciopero dai ruoli imposti dal genere in cui mettere in crisi un modello produttivo e sociale che, contemporaneamente, discrimina e mette a profitto le differenze.
 
A cento anni dall'8 marzo 1917, torneremo in strada in tutto il mondo, a protestare e a scioperare contro la guerra che ogni giorno subiamo sui nostri corpi: la violenza, fisica, psicologica, culturale, economica.
Se le nostre vite non valgono, allora ci fermiamo!



A COSA SERVE LO SCIOPERO:
Lo sciopero è in primo luogo una forma di lotta che si fonda sul blocco della produzione e sull'astensione dal lavoro con l'obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione.
Mutuiamo lo sciopero come pratica fondamentale per segnalare la nostra sottrazione da una società violenta nei confronti delle donne: per questo lo sciopero sarà articolato sulle 24 ore e riguarderà ogni nostra attività, produttiva e riproduttiva, ogni ambito, pubblico o privato, in cui discriminazione, sfruttamento e violenza su ognuna di noi si riaffermano.
Se delle nostre vite si può disporre (fino a provocarne la morte) perché ritenute di poco valore, vi sfidiamo a vivere, produrre, organizzare le vostre vite senza di noi.
Se le nostre vite non valgono, noi ci fermiamo.
 
Uno sciopero per ribaltare i rapporti di forza, per mettere al centro le nostre rivendicazioni, la necessità di trasformare relazioni, rapporti sociali e narrazioni. In casa, a scuola, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Uno sciopero che ha nel piano femminista antiviolenza la sua piattaforma e il suo programma di lotta e di trasformazione scritto dal basso.
 
COME SCIOPERARE L'8 MARZO:
Non esiste una sola forma di sciopero da sperimentare l'8 marzo. Esistono condizioni di lavoro e di vita molto diverse. Lo sciopero coinvolgerà lavoratrici dipendenti, precarie, autonome, intermittenti, disoccupate, studentesse, casalinghe. Indipendentemente dal nostro profilo, siamo coinvolte in molteplici attività produttive e riproduttive che sfruttano le nostre capacità e ribadiscono la nostra subalternità.
Per praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive, elenchiamo solo alcune possibilità: l'astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l'adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto...
Lo sciopero si rivolge principalmente alle donne, ma ha più forza se innesca un supporto mutualistico con gli altri lavoratori, le reti relazionali e sociali, chi assume come prioritaria questa lotta. Vogliamo trovare soluzioni condivise e collettive come è avvenuto in Polonia in cui molti uomini, mariti, compagni, padri, fidanzati, fratelli, nonni, amici, hanno svolto un lavoro di supplenza nello svolgimento di attività normalmente svolte dalle donne.
 
Le assemblee cittadine di Non Una di Meno e i tavoli di lavoro tematici, territoriali e nazionali, saranno il luogo privilegiato in cui costruire e immaginare le forme dello sciopero a partire dalle vertenze, dalle specificità del territorio e dalle reti attivate, attraverso iniziative pubbliche di confronto e di approfondimento in avvicinamento all'8 marzo. Sarà comunque utile immaginare strumenti che facilitino lo scambio di idee e proposte, la costruzione di immaginario, utilizzando il blog e campagne social.
 
L'assemblea nazionale del 4-5 febbraio a Bologna sarà l'occasione per definire e consolidare il piano politico e il coordinamento delle iniziative dell'8 marzo.
L'obiettivo è andare oltre l'evocazione e il simbolico e praticare concretamente il blocco delle attività produttive e riproduttive da parte del maggiore numero possibile di persone.
Abbiamo fatto appello ai sindacati per la convocazione di uno sciopero generale per l8 marzo così da permettere la possibilità di adesione al più ampio numero di lavoratrici dipendenti e a chi gode del diritto di scioperare.
 
Se sei precaria e non ti è garantito il diritto di scioperare, puoi chiedere un permesso (per esempio per andare a donare il sangue) e astenerti dal lavorare. Per chi lavora in nero o in modo saltuario si possono organizzare iniziative di sostegno materiale e casse di mutuo soccorso.
 
Grande ruolo potranno avere i centri antiviolenza in quella giornata organizzando iniziative e rilanciando il piano femminista contro la violenza a partire dall'esperienza e le competenze di chi opera in questo settore.
La pratica del picchetto può essere utilizzata per un doppio scopo: bloccare gli accessi per bloccare la produzione; praticare presidi di denuncia contro persone, narrazioni e comportamenti violente, svilenti e dannose per le donne (reparti a alta densità di obiettori di coscienza, luoghi di lavoro, testate giornalistiche…) sul modello dell'escrache argentino.
 
Per consentire anche a chi non può scioperare in altro modo, rilanciamo cortei o manifestazioni, diurne o serali, in tutte le città per riprenderci la notte e lo spazio pubblico, per fare marea e conquistare visibilità pubblica e protagonismo in ogni città.
--
Non Una Di Meno
Tw: @nonunadimeno
Fb: NON UNA DI MENO

sabato 3 dicembre 2016

Chi ha paura della marea?

di Infosex - Esc Atelier 
 
Se le donne di tutto il mondo fanno moltitudine
26 novembre 2016: Roma è tornata a essere bella. Donne di tre generazioni differenti hanno aperto e attraversato una manifestazione oceanica, moltitudinaria, di oltre duecentomila corpi sessuati che hanno rotto e diradato la nebbia della prima mattina, il grigio, l'asfissia e l'immobilismo che ormai sembravano regola, battito monotono e irreversibile, del quotidiano. Il sole splende di nuovo, le strade pulsano di vita, desiderio, gioia, quei corpi si intrecciano, confondono, compongono: è marea. Non quella evocata per puro esercizio retorico o strana licenza poetica – slogan spesso tanto più arroganti quanto più frustrati – ma marea vera, che si riappropria della presa di parola pubblica, dello spazio comune, impersonale, inappropriabile e, perciò stesso, profondamente ed eminentemente politico. Del resto si sa, con le donne non c'è Uno che tenga, che esso sia il Sovrano o il Popolo. Una moltitudine dunque, ma non indistinta, piuttosto parziale e (orgogliosamente) differenziata, quella che si è ingrossata e ha preso forma in questi mesi – ma forse dovremmo dire anni – di lavoro, il più delle volte invisibile, nei centri e negli sportelli anti-violenza, nei quartieri, negli spazi sociali, nelle scuole e nelle università, quella che è scesa in piazza lo scorso sabato per dire basta alla violenza maschile sulle donne.

Ma per leggere e interpretare cosa si è dato il 26 novembre a Roma e già prima nelle piazze di tutto il mondo occorre allargare lo sguardo e partire da lontano, ripercorrere lo sviluppo e l'intimo intreccio tra antiche strutture patriarcali, modi di produzione e governo dei corpi. Forse il maggiore contributo della critica femminista all'analisi marxiana della genesi dei modi di produzione capitalistici è stato quello di ampliare lo schema fondamentale della cosiddetta accumulazione primitiva. Le recinzioni messe in atto agli albori della modernità non hanno riguardato primariamente ed esclusivamente le terre, i primi spossessati non sono stati i contadini, ma i corpi delle donne. Con essi, i loro saperi e poteri, un modello altro di comunità. Meglio: la traccia, a mezzo di violenza, di un confine netto tra produzione e riproduzione, la recinzione delle donne – per dirla con Ivan Illich – nello spazio chiuso del focolare domestico è stato ciò che ha reso possibile il lavoro di fabbrica e, quindi, lo sviluppo capitalistico. Presupposto per troppo tempo non detto delle enclosures è stata la “caccia alla streghe”, questo il grande insegnamento di Silvia Federici e, con lei, di un certo femminismo.

Come è noto la storia non ha un decorso lineare e ascendente, ma procede per salti e discontinuità, arretramenti e giri a vuoto, arresti e improvvise accelerazioni. E mai come oggi, in una rinnovata fase di ristrutturazione capitalistica, non solo l'idea di progresso torna a mostrare il suo volto propriamente ideologico, ma l'eterogeneità temporale che caratterizza la produzione contemporanea – quella che tiene insieme hi-tech e nuove forme di lavoro schiavile – subisce una radicale intensificazione. Nuova accumulazione originaria che porta necessariamente con sé processi di rifeudalizzazione, quindi di inusitata ed efferata combinazione di arcaico e (post)moderno, brutale ricolonizzazione dei corpi stessi che, ancora una volta, colpisce in primo luogo le donne.

Bisogna partire da qui se, materialisticamente, si vuol comprendere il fenomeno della violenza di genere come fenomeno strutturale e non emergenziale. Bisogna partire da qui per capire e cogliere il senso profondo che lega le forme specifiche di sfruttamento del lavoro femminilizzato alle ultime e diverse proposte di legge che ambiscono, con rinnovata efferatezza, a controllare e catturare la facoltà riproduttiva delle donne, a distruggere l'accesso all'aborto, a limitare drasticamente la libertà di scelta. Perché ai processi di nuova accumulazione primitiva, spossessamento ed espulsione corrispondono sempre nuove tecniche di disciplinamento e governo dei corpi. Bisogna perciò, una volta di più, partire da qui per afferrare la straordinarietà e la centralità delle lotte delle donne che si stanno dando in tutto il mondo: dall'Argentina alla Polonia, dal Messico alla Turchia, dal Cile all'Islanda, dal Brasile all'Italia.

Un nuovo movimento femminista globale è nato da queste premesse, lo abbiamo visto a Rosario, Varsavia, Città del Messico, Istanbul, Santiago, Reykjavík, Sao Paolo, Roma. Il suo metodo è fatto di solidarietà, di creazione di nuove forme di mutuo sostegno e auto-difesa, di traduzione – Ni Una Menos, Non Una Di Meno, Not One Less –, nella consapevolezza che la partita in gioco ha a che fare con la riconfigurazione del comando capitalistico che, in quanto tale, si muove e agisce al di là dei confini nazionali. Un nuovo femminismo che è finalmente combinazione virtuosa e alleanza reale non solo tra diverse generazioni, ma anche e soprattutto tra diversi femminismi. Che ha rimesso al centro l'intersezionalità come pratica per immaginare forme di resistenza all'altezza dei dispositivi di controllo e di sfruttamento contemporanei, i quali sollecitano e intensificano la produzione delle differenze per estrarne valore. Riprendendo e riattualizzando le suggestioni del Black Feminism, del femminismo decoloniale e queer, si tratta di andare oltre l'idea di un ipotetico essenziale femminile, di praticare l'intersezione delle differenze e delle lotte delle e dei subaltern* del mondo per sovvertire i meccanismi di sussunzione e cattura e imporre nuove pratiche di liberazione e autodeterminazione.

In tal senso la marea che è scesa in piazza il 26 è stata (e vuole essere) una marea parziale, di parte – la “parte dei senza parte”, direbbe Rancière –, che ha intrecciato e combinato assieme le rivendicazioni delle donne con quelle delle soggettività transfemministe, delle e dei migranti, delle studentesse e degli studenti, delle e dei precari. La produzione contemporanea, infatti, fa leva sulla cosiddetta femminilizzazione del lavoro, categoria con la quale si intende non solo la generalizzazione a tutta la forza lavoro di ciò che storicamente ha caratterizzato il lavoro femminile – intermittenza, supplementarietà, gratuità –, ma anche la messa a valore delle forme di vita, delle capacità di cura e relazionali e, quindi, il divenire labile del confine tra produzione e riproduzione, il divenire immediatamente produttivo della riproduzione.

È dalla materialità delle loro vite che le donne in tutto il mondo si stanno sollevando, affermando un nuovo ordine del discorso rispetto al problema della violenza di genere: violenza allora non è solo quella fisica, il cui ultimo e tragico esito è il femminicidio, ma quella generata da un sistema complessivo di produzione e sfruttamento che utilizza strutture arcaiche e patriarcali, di segmentazione e segregazione sociale. Si articola ed esprime sui luoghi di lavoro, attraverso le molestie e le discriminazioni, la disparità salariale, i sotto-compensi, il lavoro gratuito, attraverso l'assenza di un welfare universale e individualizzato capace di garantire l'indipendenza economica e quindi una reale possibilità di autodeterminazione, nelle strutture sanitarie pubbliche, nelle “crociate anti-gender” tra i banchi di scuola, negli sgomberi e nel definanziamento dei centri anti-violenza e dei presidi delle donne. Ancora, violenza è quella che vuole le donne vittime, silenziose e addomesticate, che pretende di tappare le loro bocche, di oscurarle mediaticamente quando queste tornano a gridare, ad affermare la propria potenza e libertà.

Ed è da qui, dalla parzialità dei corpi delle donne su cui è inscritta la coesistenza e l'intreccio di produzione e riproduzione che può ripartire un movimento radicale, capace di farsi moltitudine, in grado di opporsi alle più complessive logiche e politiche neoliberali, all'intensificazione dello sfruttamento, al controllo della vita in quanto tale.
Fiere di essere incompatibili con questo sistema, le donne si sono rimesse in movimento: a Roma, lo scorso 27 novembre, la marea si è raccolta in un'assemblea che ha visto la partecipazione di oltre 1500 persone e ha iniziato il lavoro di scrittura dal basso di un Piano Femminista contro la violenza che tenga conto della complessità e dell'ampiezza del discorso al riguardo e, quindi, delle nostre rivendicazioni su salute, libertà di scelta, lavoro e welfare, educazione e formazione, nuovi modelli di mutualismo e auto-difesa. Rivendicazioni che non si inscrivono semplicemente ed esclusivamente nella cornice delle politiche istituzionali, ma che vogliono farsi – e già sono – immediatamente strumento di lotta e trasformazione.
Per questo è stato accolto anche a Roma, come ormai in 22 paesi in tutto il mondo, l'appello delle argentine che lancia lo sciopero globale delle donne per il prossimo 8 marzo 2017. 
Il mondo dovrà fare esperienza di cosa significa “un giorno senza di noi”, senza le donne, senza quella parzialità che è diventata paradigma dei modi contemporanei dello sfruttamento. Si tratterà allora di capire cosa vuol dire oggi bloccare la produzione e la riproduzione globali, la messa a valore delle cosiddette soft skill, dei nostri stili di vita, dei generi che ci vengono imposti, del lavoro invisibile e gratuito. Uno sciopero sociale e politico, quindi, che sia anche innanzitutto sciopero dai generi, blocco e sovversione dei meccanismi di cattura e controllo delle differenze e delle soggettività. Reinventare la pratica dello sciopero a partire dalla parzialità femminista, questa è la sfida, ricostruire il comune dello sciopero muovendo dal punto di vista di questa moltitudine differenziata, tornare a far male al capitale, a inceppare l'ingranaggio, con la tensione di chi vuole e pretende un cambiamento radicale. Da oggi la marea ritorna in movimento, al grido di “Se la nostra vita non vale, producete senza di noi!” inonderà le strade di tutte le capitali globali, bloccherà il mondo.
Chi ha paura della marea, di questa marea, inizi a tremare.

fonte: http://www.dinamopress.it/news/chi-ha-paura-della-marea

domenica 27 novembre 2016

Manifestazione NonUnaMeno del 26.11.2016

Perché i telegiornali hanno oscurato
la grande manifestazione delle donne?

post di
Casa Internazionale delle Donne

L'immagine può contenere: 1 persona , spazio all'aperto

Da piazza della Repubblica a piazza San Giovanni per dire no alla violenza sulle donne. Questo il percorso del corteo 'Non una di meno' che ieri ha sfilato per le strade di Roma richiamando tra le fila della manifestazione anche molti uomini, alcuni giovanissimi. Un evento nato dal basso che testimonia una volontà comune, forte e radicata, ma che, come sottolinea il comunicato stampa rilasciato oggi, non ha trovato spazio nei maggiori telegiornali nazionali.

Ieri a Roma una manifestazione di almeno 200mila persone condotta dalle donne, potente e bella come una marea, ha detto all’opinione pubblica di questo Paese che la violenza maschile deve finire perché rovina e spegne le nostre vite, e che le femministe hanno la competenza, il metodo e l’esperienza per sapere quali misure adottare e quali interventi. Oggi discuteremo in migliaia alla Università di Roma un piano d’azione nazionale femminista contro la violenza maschile che sia utile ed efficace. Quando sarà pronto chiederemo con tutte le nostre forze che venga adottato.
Ma nelle edizioni della sera i maggiori telegiornali hanno fatto scomparire la notizia.
Il TgUno, che appena il 25 novembre condannava la violenza sulle donne, ieri sera ha intervistato solo la Ministra Boschi e poi, come per caso, è stata data la notizia che migliaia di donne avevano sfilato a Roma per dire no alla violenza.
RaiDue ha mostrato un papà con un bambino sullo sfondo del Colosseo e della manifestazione, sembrava una festa per famiglie.
La7 non si è accorta di niente.
E allora si pone un problema di democrazia e rispetto delle leggi.
Non accettiamo più che i governi non agiscano da subito per contrastare il femminicidio, che si chiudano i Centri Antiviolenza, che non si faccia prevenzione, educazione, formazione. Volete un’altra manifestazione, più grande? Noi abbiamo le ragioni urgenti, l’energia e la rabbia per farla.

mercoledì 16 novembre 2016

#NonUnaDiMeno

Report dell’assemblea nazionale – Roma 8 ottobre 2016

NON UNA DI MENO!
Verso la mobilitazione nazionale delle donne contro la violenza di genere
tutte a Roma il 26-27 novembre 


Prima di qualsiasi considerazione viene il ricordo di chi non è potuta essere con noi, eppure era presente come lo sarà in tutte le nostre lotte.
Ciao Silvia, che la terra ti sia lieve.

Oltre cinquecento donne, provenienti da tutta Italia, si sono ritrovate l’8 ottobre presso la facoltà di Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, nell’assemblea del percorso nazionale contro la violenza maschile sulle donne “Non Una di Meno”.
Un’assemblea ricca di decine di interventi ha reso la complessità di analisi e di proposta sul fenomeno della violenza di genere, e ha portato all’articolazione di diverse proposte sul tema. Si è definita una lettura sfaccettata della violenza: non come fatto privato, che avviene unicamente tra le mura domestiche, ma come fenomeno continuamente generato e riaffermato anche dalle politiche istituzionali – educative, sociali ed economiche – e dalle narrazioni tossiche prodotte dai media. La violenza sulle donne, quindi, non può più essere trattata in termini emergenziali e securitari, laddove si tratta di un problema complesso, stratificato e, quindi, strutturale.

Con forza anche le donne dei centri antiviolenza, nati dal movimento femminista, hanno sottolineato in molti interventi come la violenza maschile sulle donne sia un fatto sistemico, che può essere affrontato solo con un cambiamento culturale radicale che contrasti anche il tentativo di istituzionalizzazione degli stessi centri antiviolenza, trasformandoli in luoghi di accoglienza neutri delle donne, riaffermando piuttosto il loro ruolo politico di agenti di cambiamento.
Sono state richiamate le lotte delle donne argentine, che proprio in coincidenza con l’assemblea romana hanno dato avvio, in oltre 50000, al loro incontro nazionale a Rosario, per rilanciare la campagna “Ni Una Menos” con un’unica grande data di mobilitazione continentale; così come molteplici sono stati i riferimenti alle donne polacche e curde, come esempio della potenza e della portata generale che lotte articolate da un punto di vista di genere e femminista possono assumere a partire dalla loro specificità, sino a rappresentare l’unica opposizione reale alla torsione antidemocratica in atto ormai a livello globale.
Con questa aspirazione, l’assemblea ha espresso la volontà di costruire un grande corteo nazionale il prossimo 26 novembre, in occasione della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Un corteo che attraversi Roma e che valorizzi appieno il protagonismo delle donne e le rivendicazioni di cui sono portatrici.

Le donne non vogliono essere più rappresentate come vittime e vogliono attraversare e determinare lo spazio pubblico e politico in piena autonomia. È stata in tal senso espressa la volontà di vigilare e contrastare eventuali strumentalizzazioni da parte dei media e delle forze politiche. Questo obiettivo va perseguito assicurando la massima visibilità alle donne e non alle organizzazioni politiche e sindacali (l’indicazione è quindi di scendere in piazza senza bandiere e simboli identitari).
Contro il sistema sociale, economico, politico e culturale che produce la violenza nelle forme del  sessismo, della transomofobia e del razzismo in ogni ambito della nostra vita, sarà un corteo delle donne, aperto però a tutt* coloro che assumono la violenza di genere come problema prioritario nei processi di trasformazione dell’esistente.

L’intento è quello di non celebrare una scadenza in maniera rituale, per quanto ampia, bella e potente possa essere, ma di fare del 26 un punto di partenza di un percorso di lunga durata capace di proporre un Piano Femminista contro la violenza di genere e di aprire un processo di mobilitazione ampio che tocchi tutti gli aspetti dell’autodeterminazione femminile.
Per questo si è convocato, sempre a Roma, un secondo momento di discussione nazionale il 27 novembre, che si articolerà in tavoli tematici e workshop per iniziare a lavorare tutte insieme e redigere il piano di proposta:
I tavoli proposti sono i seguenti:
  1. La narrazione della violenza attraverso i media: come immaginarne un ribaltamento in chiave femminista
  2. Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità: la formazione come strumento di prevenzione e contrasto alla violenza di genere
  3. Diritto alla salute, libertà di scelta, autodeterminazione in ambito sessuale e riproduttivo
  4. Piano legislativo e giuridico
  5. Percorsi di fuoriuscita dalla violenza e processi di autonomia
  6. Femminismo migrante
  7. Lavoro e accesso al Welfare
  8. Sessismo nei movimenti
La campagna di avvicinamento alla mobilitazione nazionale del 26 e 27 sarà scandita da una giornata coordinata di iniziative dislocate nelle varie città, la cui data rimane da fissare; il blog https://nonunadimeno.wordpress.com/ sarà strumento di condivisione dei materiali e di coordinamento e diffusione delle iniziative di promozione, approfondimento e finanziamento del corteo nazionale del 26 e dell’assemblea del 27 novembre.
Senti la registrazione audio dell’assemblea a cura di Radio Sonar

FONTE

 

Istruzioni per la foto profilo facebook


Se vuoi avere la foto profilo facebook con il banner Non una di meno devi:
  1. Scaricare uno dei banner che trovi qui
  2. Andare sul sito: https://www.befunky.com/create/;
  3. Caricare la tua foto;
  4. Cliccare sul lato sx “Gestione Livello”;
  5. Aggiungi Livello;
  6. Caricare il file del banner;
  7. Regolare il grado di opacità;
  8. Cliccare su “metodo di fusione” e scegliere l’opzione “moltiplica”;
  9. Salvare la foto con il banner e caricarla su Facebook
 Et voilà, il gioco è fatto!


La manifestazione nazionale delle donne contro la violenza maschile convocata per il 26 novembre a Roma sarà aperta dalle donne con lo striscione unitario #nonunadimeno.
A seguire tutt@ coloro che si riconoscono nella lotta contro la violenza maschile sulle donne.
Saremo una marea colorata in cui ognun@ potrà sentirsi a proprio agio.
Appuntamento in piazza della Repubblica alle ore 14.
Leggi il comunicato…



FONTE

sabato 21 maggio 2016

Succedeva nel 2016

di Giovanni Battista de Maso
Stamattina ho condiviso una foto che mi ha molto emozionato: una mamma sdraiata a pancia in su, ripresa dall'alto, con il suo bambino appena nato attaccato al seno e la bellissima placenta, "l'Albero della Vita", ancora attaccata al bambino, adagiata sul grembo della donna.


Ho subito pensato a mia mamma-ostetrica, a quando io ero dentro alla sua pancia, all'amore e la magia che mi ha trasmesso per questo evento mistico di creazione della Vita, tanto disumanizzato ai nostri giorni, ho pensato al profumo dei bambini appena nati, al tepore della placenta tra le mani, agli occhi divini delle donne durante l'espulsione.

L'immagine è stata oscurata perché "mostra contenuti per adulti, come violenza esplicita" (...)
sì, proprio così: "violenza esplicita"...
I nostri posteri rideranno di noi, gente. Io mi faccio una risata un po' amara, un po' piena di speranza e ri-condivido.

Aiutatemi a condividere, se credete, in questa danza contro l'oscurantismo medievale, in difesa della Bellezza e della Natura.

Non abbiate paura dell'Amore!


Ti ricordi, mamma, quando la nostra amica V. ci ha detto quella frase, pochi minuti prima che il suo bambino uscisse dalla sua navicella spaziale, davanti ai nostri occhi pieni di lacrime. Ha detto: "è così forte che spaventa, a volte".

Quella frase mi è rimasta scritta nel cuore, detta con quella sincerità, con quella consapevolezza,
con quell'amore.

L'amore, la vita, la morte, imbarazzano, spaventano fanno arrabbiare, solo se opponiamo resistenza. Forse è proprio questo il punto: se attraversiamo quelle porte, se ci lasciamo attraversare, impariamo a non avere paura, a non vergognarci di esistere, ad avere coraggio ed entusiasmo, perché dopo il dolore c'è un grande regalo.


Se continuiamo ad anestetizzarci e a cercare di demandare la responsabilità della nostra esistenza a qualcuno altro, e a dare la colpa dei nostri guai a qualcuno di esterno da noi, diventiamo dei robot, tristi e insoddisfatti.

Noi siamo Umani, siamo gente fichissima, possiamo pensare alle stelle e rotolarci sull'erba, possiamo essere davvero felici e compiere la nostra evoluzione.


Vieni, Amore, vieni!

Abbiamo un grande bisogno di te, in questo momento nel pianeta, curaci, salvaci, semina pace sulla Terra!!
 

Giò

sabato 7 maggio 2016

L'attivismo delle Donne

In armonia con la Terra





Io non posso permettermi di scegliere su quale fronte devo lottare contro le forze della discriminazione, ovunque esse appaiano per distruggermi. E quando appaiono per distruggere me, non ci vuol molto tempo prima che appaiano per distruggere te. Audre Lorde

Perciò, l’attivismo delle donne è più spesso che no a 360° ed è questo il caso per il “poker” di bellissime sorelle dispiegato qui sotto.

sandy

Sandy Saeturn, organizzatrice della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico, è originaria del Laos ma è nata in un campo profughi in Thailandia: la sua famiglia fuggiva dalla guerra. A tre mesi è arrivata negli Stati Uniti.
“Sono cresciuta nel quartiere popolare nord di Richmond. Potevo vedere la raffineria della Chevron dal cortile della mia scuola.” 
In città ci sono ancora circa 350 siti tossici, che rendono Richmond un punto chiave per le lotte ambientali e di giustizia sociale.
“Con il tempo – racconta ancora Sandy – mio zio, le mie zie e i miei nonni sono morti per problemi respiratori e cancro. Persone di 30/40 anni morivano di tumore e nessuno nella mia comunità ne parlava. Quando avevo 14 anni, membri della Rete Ambientalista dell’Asia del Pacifico condivisero con noi le informazioni sull’impatto che le compagnie chimiche avevano sull’ambiente e sulla salute e capii quanto questo fosse ingiusto.
Da 15 anni Sandy lavora per costruire consapevolezza sulla giustizia ambientale e progetti che sostengano i giovani.

dayamani

Dayamani Barla, giornalista tribale e leader movimentista, è in prima linea nelle lotte per la terra a Jharkhand, in India. Dayamani sostiene che lo spostamento forzato delle comunità indigene è equivalente all’annichilazione culturale e promuove modelli di sviluppo sostenibile che integrano le conoscenze e le visioni del mondo indigene.
“Si tratta di un modello che contiene il pensiero scientifico dello stile di vita indigeno, per cui la tecnologia lavora in armonia e cooperazione con la natura. Non si può continuare a pensare di prendere dalla natura e basta.”

rita

Rita Thapa è attivista pacifista e per i diritti delle donne. Dopo il disastroso terremoto che ha colpito il Nepal l’anno scorso e il suo impatto sproporzionato sulle vite delle donne, Rita si è rimboccata le maniche per ricostruire. Non è stata la sola ad assumere un ruolo guida nella faccenda:
“Le donne tengono insieme le comunità: per il dopo terremoto non è stato diverso, la ricostruzione è stata portata sulle loro spalle. La cosa notevole è che hanno dimostrato come il lavoro di recupero a lungo termine per le creature e il pianeta Terra può essere svolto con minimo impiego di denaro o di potere. Nutrire i piccoli, gli anziani, i malati e i feriti; continuare il lavoro nei campi e nelle case; raccogliere – letteralmente – le macerie: ciò permette a chi è stato colpito di avere il tempo necessario a guarire. Chiunque può imparare da questo: per aver cura l’uno dell’altro e del pianeta non ci vuole chissà che scienza. Una leadership intessuta profondamente di compassione, cura e rispetto che permette di ricostruire fiducia e speranza è tutto quel che serve.”

eriel

Eriel Deranger è un’indigena Athabasca Chipewyan di Alberta, in Canada. La sua voce è una delle maggiormente incisive fra quelle che si oppongono al grande progetto industriale che vede coinvolte circa venti aziende di vari paesi, dal Canada al Giappone alla Corea del sud: l’estrazione e la lavorazione delle sabbie bituminose nella sua zona (rocce sedimentarie che contengono bitume). Il bitume viene estratto tramite pozzi o miniere superficiali e dev’essere trattato con solventi e altre sostanze chimiche per diventare petrolio. Gli scarti tossici le aziende li scaricano direttamente nel fiume Athabasca (nel 1997, la ditta Suncor ammise di averci versato 1.600 metri cubi di acqua contaminata al giorno) che era il più grande delta di acqua dolce al mondo e che grazie al criminale menefreghismo degli estrattori conterà più di un milione di metri cubi di acqua contaminata nel 2020: arsenico, cadmio, cromo, piombo, mercurio, nickel e altri metalli stanno fluendo nei tributari del delta.
Eriel dice che l’impatto dello sfruttamento delle sabbie bituminose distrugge ambiente, cultura, salute e siti sacri alle comunità indigene, ma riconosce l’oppressione in tutta la storia dei popoli indigeni: “Con la colonizzazione ci hanno imposto anche il patriarcato. Le nostre erano società matrilineari in cui le donne avevano potere e oggi lo stiamo reclamando come leader, nel far parte del risorgimento dei nostri popoli, non solo nelle lotte ambientaliste e per la giustizia climatica, perché riaffermiamo la nostra identità indigena in differenti movimenti.” 
Maria G. Di Rienzo

martedì 12 aprile 2016

Il dramma delle donne yazide

di Vian Dakhil
 


Ragazze yazide
Ragazze yazide Foto Ari Jalal/Reuters
Vengo dall’Iraq, un Paese con una storia millenaria e un passato glorioso. I nostri bisnonni hanno creato delle ottime leggi che sopravvivono da più di 4mila anni. In questa terra è stato creato il primo alfabeto, questa terra ha insegnato all’Umanità a leggere e a scrivere. Arrivo dal Kurdistan, una terra allegra e variegata dove convivono tutte le etnie del popolo iracheno, senza differenza tra loro. Con grande dispiacere, da molti anni questa terra sanguina, non si è mai vista una cosa del genere. È in corso una guerra violenta contro un nemico malvagio che vuole far ritornare indietro la macchina del tempo mentre c’è chi vuole condurre una vita civile e moderna.
Sotto il rumore delle bombe e la paura delle pallottole ci sono milioni di iracheni che vivono una vita di terrore. Senza dubbio, voi conoscete l’Iraq come un incrocio di religioni, nazionalità ed etnie, ma purtroppo siete a conoscenza anche di quello che è successo alla comunità yazida e dei gravi crimini che hanno subito: sono stati uccisi e rapiti dal gruppo criminale Daesh.

Il 3 agosto 2014 Daesh ha attaccato e distrutto Sinjar e i villaggi vicini, ha obbligato migliaia di prigionieri a cambiare la loro religione – altrimenti sarebbero stati uccisi. Sono state rapite migliaia di donne e ragazze, vendute e rese schiave. È come se fossimo tornati indietro di secoli e secoli. Daesh fa il lavaggio del cervello a migliaia di ragazzini yazidi, suoi prigionieri, per trasformarli in terroristi e kamikaze. È lo sterminio di una comunità che vive da migliaia di anni in Iraq.
Raccontandovi questo, non voglio sminuire quello che è successo contro le altre comunità: i cristiani sono stati cacciati dalle loro case, migliaia di sciiti sono stati uccisi a Tal Afar, la tribù Abu Namr è stata sterminata e sono stati compiuti tanti altri crimini. Il più grave però è il rapimento delle donne yazide, in un mondo solo in apparenza moderno.
Sono migliaia le donne rapite e torturate da questi criminali, sono 3600 le donne e i bambini sequestrati, senza contare quelli che sono stati uccisi o venduti. Ancora oggi, nel XXI secolo, le nostre donne sono vendute e comprate, nonostante ci siano accordi internazionali che proibiscono la schiavitù e il traffico di esseri umani, nonostante ci siano numerose organizzazioni internazionali, che difendono i diritti umani e delle donne, che stanno chiedendo alle grandi potenze di intervenire.

Ho chiesto – e chiedo - alla comunità internazionale di aiutarci, di salvare i nostri prigionieri e farli tornare a casa. Non è facile accettare di perdere i propri cari ed essere impotenti. L’Iraq sta combattendo contro Daesh ed è riuscito a liberare molte zone che erano nelle loro mani, ma le città liberate sono distrutte - come Sinjar, rasa al suolo per più del 90%. Abbiamo bisogno di aiuti per ricostruirla, abbiamo bisogno di aiuti umanitari per migliaia di profughi, che sono stati costretti a lasciare le proprie case. Sono più di 3 milioni infatti i profughi in Iraq, di cui 180.000 in Kurdistan e 460.000 yazidi. L’85% degli yazidi iracheni sono ormai profughi, hanno perso tutto quello che avevano: terreni, case e figli. Hanno un grande bisogno di aiuti umanitari. Nei campi profughi vivono nelle tende, che non sono ricoveri degni per nessun essere umano, e sono centinaia i bambini resi orfani.
Di fronte a questi problemi dobbiamo riflettere sul futuro dell’Umanità e in particolare delle minoranze. 

Il riconoscimento internazionale per quello che è successo agli yazidi è molto importante per noi, per dare loro protezione internazionale ed evitare che possa accadere un’altra volta. Grazie al Kurdistan e ai volontari siamo riusciti a salvare quasi 6800 donne e bambini dalle mani del terrorismo.
Vi ringrazio, vi ringrazio di aver scelto me per essere onorata al Giardino dei Giusti di Milano, per me è un orgoglio ed è un attestato di stima che non riesco neanche a descrivere. È un modo di onorare tutti gli attivisti che difendono i diritti umani e ogni donna che ha sofferto in Iraq, quelle che sono state rapite, le madri dei martiri, i bambini orfani indipendentemente da sesso, etnia e religione. 

Abbiamo oggi l’obbligo insieme di fermare la persecuzione delle donne in tutto il mondo. Io non parlo solo in nome delle donne yazide e irachene che hanno subito violenza e persecuzione, ma anche in nome di migliaia di vedove e di orfani, di donne maltrattate, offese, rapite, vendute e ricomprate.
Io parlo per tutti gli esseri umani perseguitati in qualsiasi parte del mondo. Abbiamo il dovere di difenderli, di proteggerli, di salvarli dalla persecuzione, è un obbligo per la comunità internazionale concedere a ogni donna i propri diritti. In Iraq, ora, dobbiamo lavorare per ridare fiducia ai cittadini, dobbiamo diffondere lo spirito del perdono, e dell’accettazione dell’altro. Dobbiamo assicurare alla giustizia tutti quelli che hanno compiuto gravi crimini e condannare chi si è reso complice del rapimento di donne e bambini.
Anche se ci sono tanti conflitti che dividono gli essere umani, siamo parte della stessa Umanità e siamo uniti nello stesso destino.

Analisi di Vian Dakhil, deputata yazida del Parlamento iracheno
12 aprile 2016


fonte: http://it.gariwo.net/editoriali/il-dramma-delle-donne-yazide-14910.html

lunedì 28 marzo 2016

Jeans, velo e bicicletta: dall’Africa a Milano per imparare a pedalare

IL LATO BICI - È partito a gennaio un corso di bicicletta rivolto a donne provenienti da Paesi in cui l’uso femminile delle due ruote è malvisto o non incoraggiato, retaggio di una visione che lo ritiene sconveniente e provocatorio. E che mi vede nell'inedito ruolo di "maestra". Impegnata a ragionare, gioco forza, sui malefici della sella


Jeans, velo e bicicletta: dall’Africa a Milano per imparare a pedalare
Tutto è cominciato dal sellino, il primo intimo punto di contatto tra la bicicletta e i genitali femminili. Non fosse stato per la relazione pericolosa con la sella, non sarebbero fiorite, a metà del 1800, le ipotesi di ulcerazioni, malesseri durante il parto, sterilità, eccitazione sessuale costante che la bicicletta avrebbe provocato sulle prime ardite cicliste donne. Meglio sempre consultare “le médecin habituel de la famille” suggeriva un manuale sull’uso dei velocipedi pubblicato a Tours, nel 1898, prima di mettere una donna in sella.

Andare in bicicletta era ritenuto poco sano, ma soprattutto immorale. Le gambe delle donne avrebbero dovuto rimanere coperte, unite e immobili. In bicicletta accadeva esattamente il contrario. Sconveniente era sia salirci sia cadere scomposte. E solo i calzoni a sbuffo che si restringevano sul polpaccio per impedire colpi di vento indiscreti, in inglese chiamati bloomers perché fortemente sostenuti dalla femminista Amelia Bloomer, arrivarono a salvare le donne dalla forzata immobilità di gonnelloni e corsetti.

E’ dunque ragionando sul potere malefico attribuito alla sella che ho voluto cominciare le mie “lezioni” come maestra di bicicletta a un gruppo di 16 donne straniere, per lo più nordafricane, che incontro ogni martedì, da qualche settimana, nei corridoi e tra i banchi di una scuola elementare in zona ovest, la Luigi Cadorna, a Milano. Odori neutri. Cappottini appesi. Alberi dalle chiome tondeggianti dipinti dai bambini alle pareti. Memorie di scuola dimenticate. Nessun rimpianto da parte mia di un’infanzia che non è stata super felice.
IMG_1622 copia

In questa scuola, coinvolta dagli amici Federico del Prete ed Ercole Gianmarco di Cyclopride e da Mamme a scuola Onlus, ci entro con la mia bicicletta. Due piani di scale e sono in un’aula di donne con gli occhi intensi, per lo più sorridenti, per lo più coperte da abiti che non lasciano intravedere le forme del corpo. Alcune con il velo. Donne egiziane, marocchine, eritree, ucraine. Che non hanno mai fatto sport. Che non sanno cosa significhi spostare il peso del corpo su una sola gamba e non cadere. Che non sono mai salite su una bicicletta. Nei Paesi di provenienza è fonte di imbarazzo, di vergogna. Una donna in bicicletta, nel Maghreb, sfida il comune senso del pudore. Provoca, ostentando le sue forme. Nega la modestia che l’Islam impone all’estetica. Corre il rischio di essere colpita o malamente apostrofata.

mamme in bici verticale il lato bici mariateresa montaruli
“Mi chiamo XY e ho 32 anni”, racconta una di loro. “Mi sono iscritta a questo corso per imparare ad andare in bicicletta. Mi piacerebbe saper pedalare. In Egitto non abbiamo le biciclette. Nella nostra cultura, gli uomini godono di libertà, le donne no. Il rischio, per noi, è quello di incorrere in molestie verbali. Per questo le ragazze hanno paura di andare in bicicletta: temono di essere apostrofate in modo volgare. Io son qui per cercare di rompere la regola. Mi piacerebbe fare anche dello sport, una cosa nuova per me. Vorrei far parte della cultura italiana, imparare e non essere qui semplicemente per mangiare e dormire. Sono qui per integrarmi. Posso dare, non solo prendere. Da qui posso poi trasmettere alla mia comunità in Egitto l’idea che l’Occidente non è poi così male…”.

A questa giovane donna con il velo e alle altre ho chiesto qualche martedì fa di sedersi su una sella che avevo smontato da una delle mie bici. Un selllino comodo, largo e da donna, con cui bisognava sciogliere il ghiaccio. Eppure, non tutte hanno osato provarlo. Imbarazzo, vergogna, retaggio, esitazione?
Il sellino non va demonizzato, ho detto: è solo il posto dove poggiamo le ossa ischiatiche che sostengono la colonna, non le parti più delicate del sesso. Ossa di cui sono dotati anche gli uomini. Che problema c’è a poggiare le ossa su un supporto di pelle e schiuma? Avreste paura ad appoggiarci un gomito?

All’incontro successivo erano arrivate dalla Sicilia le biciclette Lombardo Bikes, il costruttore che le ha offerte al progetto Mamme in bici -arriveranno poi le rastrelliere fornite dal Politecnico, gli antifurti di Abus, le selle d’artista regalate da Selle Royal e Girolibero da mettere all’asta-. Le abbiamo montate: sella e reggisella, manubrio e campanello, usando chiavi e brugole. I pedali lasciati per il momento da parte. Con Federico e le altre operatrici, studentesse dell’Università Bicocca, abbiamo chiesto alle future cicliste urbane di camminare: sedute sul sellino, senza i pedali, per cominciare a prendere velocità, sollevare di poco le gambe, tenere il manubrio dritto, provare i freni.

IMG_1598 copia

Alla fine, erano tutte stanche. Titubanti, arrossate, dubbiose che si possa manovrare un manubrio senza cadere. Certe solo che il velo non chiuda l’angolo visuale in curva. “Non sapevo che anche in Europa la bicicletta fosse un tempo malvista”, mi dice una di loro.

Ignorano le nostre allieve che le donne cominciarono più agilmente ad andare in sella solo intorno al 1885 quando le ruote dei primi velocipedi divennero più piccole, ovvero quando le biciclette si dotarono di catena a trazione posteriore.
Non sanno che un articolo del New York World di quegli anni consigliava, nel suo ciclo galateo, di “non urlare se vedi una mucca in bicicletta, sarà lei a scappare per prima”. O che l’affermarsi della bici in Europa sia intrecciato a doppio filo con le rivendicazioni dei movimenti femministi.
In bici diventiamo tutti uguali: liberi nei movimenti, di riappropriarci del corpo, di andare e venire. In Europa, la percentuale di donne che va in bicicletta raggiunge il 49% in Germani e il 55% nei Paesi Bassi.

In Arabia Saudita è consentito alle donne di pedalare a solo scopo ricreativo, in spazi delimitati, parchi e aree di ricreazione, “only around in circles” ironizzava un titolo del Guardian di qualche tempo fa, ma non per recarsi in alcun luogo e soprattutto mai da sole. In Corea del Nord e Iran è reato. In Africa, sulle grandi distanze, la bici salva vite, regala mobilità, accorcia i tempi di percorrenza tra villaggi, case, mercati e scuole. Eppure è poco usata perché considerata pericolosa – la Fédération Routière International stima che il 45% degli incidenti in Africa coinvolga veicoli non motorizzati-, fonte di paura, poco agile da inforcare con le tuniche proprie ad alcune culture.

Che ben vengano allora i film come La bicicletta verde di Haifaa al Mansour, i documentari come Mama Agatha sulle lezioni di bici alle donne migranti ad Amsterdam. Che ben escano nelle sale Afghan Cycles di Sarah Menzies che con l’associazione umanitaria Mountain2Mountain dal 2013 ha seguito dagli esordi la prima squadra di cicliste afghane e l’italiano Voglio una ruota sulla bicicletta al femminile che ha destinato al nostro Mamme in bici parte del suo crowdfunding.

La bicicletta come sfida alla regola manifesta e segno di autoaffermazione? Per ora mi basta pensare che quella donna di 32 anni che martedì ha imparato a camminare senza i pedali, e che in arabo mi ha insegnato a dire “faccio la giornalista”, possa andarci a fare la spesa, farsi un giro in un giorno di sole. Sentire che la sella, fuori e dentro metafora, non fa poi così male.

fonte: IoDonna